Recensione su Walesa - L'uomo della speranza

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16 giugno 2014

Presentato fuori concorso alla 70° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, “Walesa – L’uomo della speranza” è il biopic-omaggio diretto dal maestro Andrzej Wajda, pluripremiato regista cinematografico e teatrale polacco. Il 1983 è l’anno in cui il leader di Solidarnosc, sindacato che più contribuì al crollo del potere comunista in Polonia, viene intervistato da un’ispirata Oriana Fallaci, splendidamente interpretata da Maria Rosaria Omaggio; lodevole nel suo accurato lavoro che ben si discosta da ogni sorta di caricatura, l’attrice ricorda la scrittrice fiorentina con una classe che, in questo caso, è realmente innata. Il loro incontro diverrà poi l’anima di quel che tutti conosciamo come “Intervista al potere”, raccolta postuma di dialoghi scambiati tra gli anni ’60 e ’70 con alcuni dei più influenti personaggi storici, tra i quali Mu’ammar Gheddafi, Sandro Pertini, il Dalai Lama ed Enrico Berlinguer.

Da questo fil rouge narrativo, che avrebbe potuto essere sviluppato con maggiore coerenza, si dipanano lunghi e numerosi flashback. All’interno di essi, Wajda affida all’abilità di un notevole Robert Wieckiewicz il difficile compito di riprodurre, anche sul piano fisico e gestuale, il suo protagonista, che ad ogni enfatica domanda della Fallaci offre uno scorcio della propria vita vita: bianco e nero, immagini di repertorio e girato si alternano e spesso si fondono, illustrando tanto l’impegno sociale di Walesa, quanto il suo lato più intimo e privato, nel quale ha un ruolo fondamentale la presenza della devota moglie Danute, portata sullo schermo da Agnieszka Grochowska. Il rapporto con quest’ultima si dimostra piuttosto asettico, con rari contatti emozionali o passionali; slanci che invece ben traspaiono nelle manifestazioni pubbliche di Walesa, negli scontri tra opinioni differenti e nei conflitti ideologici e politici con i suoi avversari.

Walesa si propone attraverso lo sguardo di Wajda e la penna dello sceneggiatore Janusz Glowachi come un uomo che non va alla ricerca di una forzata empatia, e in lotta con un “mostro” per certi versi edulcorato rispetto alla sua dimensione storica, dato che nella pellicola il pugno di ferro del regime sembra toccare soprattutto il destino dei singoli personaggi. Il regista si adagia su uno stile semplice e lineare, puntando perlopiù sulle ottime scelte degli attori e creando un interessante ma talvolta traballante esempio di prodotto televisivo di lusso, che veicola l’attenzione più sull’iconicità della figura di Walesa che non sulla rievocazione e l’assimilazione di vicende cruciali nel loro flusso storico. Ad arricchire il racconto contribuisce un’ottima colonna sonora, segnata dal punk-rock della band polacca KSU, con note dall’immediato richiamo al punk anglosassone: un’ideale eco alle lotte degli operai inglesi, che permette una definizione più precisa del periodo storico e delle sue lotte sociali (non soltanto nella Polonia di Solidarnosc).

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