Dies irae

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Dies irae

In un villaggio danese nel Seicento una vecchia viene accusata di stregoneria, processata e mandata al rogo. Parallelamente, la giovane moglie dell'anziano pastore del villaggio si innamora del giovane figlio di questi, inducendo a spalancarsi nuovamente le insaziabili fauci dell'Inquisizione.
paolodelventosoest ha scritto questa trama

Titolo Originale: Vredens dag
Attori principali: Preben Lerdorff RyeLisbeth MovinThorkild RooseOlaf UssingPreben NeergaardSigrid Neiiendam, Hans Christian Sørensen, Lisbeth Movin
Regia: Carl Theodor Dreyer
Sceneggiatura/Autore: Carl Theodor Dreyer, Mogens Skot-Hansen, Poul Knudsen, Paul La Cour, Hans Wiers-Jenssen
Colonna sonora: Poul Schierbeck
Fotografia: Karl Andersson
Costumi: Karl Sandt Jensen, Olga Thomsen
Produttore: Carl Theodor Dreyer, Tage Nielsen
Produzione: Danimarca
Genere: Drammatico, Horror, Romantico
Durata: 97 minuti

4 Dicembre 2013 in Dies irae

Come in Giovanna D’Arco una donna al centro dell’opera, come in Vampyr un’atmosfera pesante e cupa.

Dreyer in Dies Irae unisce i due temi e li infila nel contesto della Danimarca del XVII secolo.
E’ qui, in un Paese sconvolto dalla paura per l’altro e contaminato dal bigottismo, che si sviluppa la vicenda.

Viene presa in esame la quotidinaità di una piccola comunità religiosa, comunità caratterizzata da una forte chiusura verso l’esterno.
All’incompreso viene data una ed una sola risposta: il fuoco purificatore. Così avviene per le streghe, vittime innocenti del galoppante isterismo nazional-popolare.
L’atmosfera è cupa, il clima è di piena diffidenza. In questo contesto prendono corpo i protagonisti del film.

Il Pastore Perderssön e la sua sposa, la giovane Anne. Siamo di fronte a un matrimonio di convenienza.
Infatti la mamma di Anne in passato venne accusata di stregoneria e proprio grazie all’aiuto del pastore Perderssön l’affare venne dimenticato.
Il passato ritorna quando un’anziana del villaggio viene a sua volta accusata di essere una strega, pensa di trovare rifugio nella persona di Anne ma si illude. Torturata si porterà al rogo il segreto di Anne.
C’è una bellissima scena nella sala delle torture dove assistiamo al piagnisteo della vecchia.
Una particolarità del film è il cambiamento di Anne, figura che passa dalla difesa all’attacco pur restando in un modo o nell’altro sottomessa.
Ella è cosciente del suo status, nasce come merce di scambio, è sposata ad una persona che non ama.
E’ collegata a un uomo religioso, è l’autorità, è costretta a vivere in una famiglia piena di pregiudizi. Una famiglia che incarna la società di quel tempo.
Piano piano cercherà di liberarsi da questa gabbia mostrando interesse per Martin (figlio del pastore) e soprattutto per le arti magiche.
Anne per lunghi anni è stata costretta a diventare ciò che non è.
Senza fermarci troppo sul personaggio del pastore.
Egli è scosso poiché ha sposato Anne non chiedendole neppure il permesso.
La sua figura è legata a quella della madre da un cordone ombelicale mai reciso è sottomesso, è vittima della di lei persona.
Questra matrona romano-danese è una vera piaga, è rigida, austera, bigotta.
Anne vive in un contesto che porterebbe ai pazzi qualsiasi persona e non basta l’incontro con Martin e l’amore consumato
(detto fra le linee, negli anni ’40 non ci era dato sapere esplicitamente), il rivelare la verità a suo marito porterà una brutta svolta nella vita di Anne.
Altra piccola particolarità è l’uso della luce, le luci e le ombre, il chiaro e lo scuro che si posano sulla figura di Anne e non solo.
Dies Irae è un bellissimo film e ve lo consiglio caldamente.

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Duro. Freddo. Danese / 24 Settembre 2013 in Dies irae

Fuori dalle buie segrete, dove una povera vecchia ha appena finito di gridare, la telecamera indugia tre le fronde e le alte volte degli alberi; un amore skandaløs sta sbocciando mentre l’abominio dell’inquisizione sta mietendo un’altra vittima innocente.
Il crepitare di un rogo, l’incessante scampanìo, il volto triste della bionda incuffiata Anne che scruta da una finestrella. Croci, croci, croci e una processione di neri ministri di una sinistra religione, un coro di voci bianche.
La flebile luce del Cantico dei Cantici prova a farsi spazio nella caligine di una religiosità sessuofoba. Ma la passione si pietrifica, la feroce condanna è inevitabile.
Non c’è miglior aggettivo per questo film che “danese”; freddo come un mattino nebbioso, duro come i volti nordici nei loro austeri colletti.

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22 Agosto 2013 in Dies irae

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Penso che questo film meriti un recensore ben più abile di me, ma ahimè, temo dovrete accontentarvi.
Dreyer in Dies Irae mette in scena uno splendido affresco della Danimarca del XVII secolo, raccontando la storia di Anne, giovane fanciulla innamorata di Martin, figlio di primo letto di suo marito Absalon, un vecchio pastore che salvò la madre di lei, accusata di stregoneria, dal rogo. Anne, resasi conto di possedere poteri magici, provoca la morte di Absalon (molto “aiutata” dallo stato fisico e mentale dell’uomo) per amore di Martin, ma durante il funerale la madre di lui, Merete, accusa Anne di stregoneria. Quest’ultima, vedendo che anche il suo amato è convinto della sua colpevolezza, si autoaccusa con coraggio esemplare, condannandosi al rogo.
Tratta da una pièce teatrale, Dreyer come suo solito ha modificato molti suoi elementi per adattarla meglio alle sue esigenze, incentrando il film su due temi a lui molto cari: per primo la storia di Anne, privata della sua giovinezza e sposata ad un uomo che non ama, una donna “i cui normali istinti sono soffocati, schiacciati da una società irrigiditi nei pregiudizi e nel formalismo.” Pregiudizi che sono incentivati dalla chiesa e dalle sue rigide regole, causa principale del bigottismo e dell’austerità che permeavano quei tempi. Esemplare è la scena del processo alla presunta strega Marte Herlofs nel primo atto: trasformare le dicerie in certezze, rendere le persone conformi alle proprie direttive anche tramite la tortura, questo era il compito della chiesa, un’inesorabile annullamento dell’individuo in favore d’una società vuota, senza vita. Anne però non ci sta, lei è un essere traboccante di vita rinchiuso in un ambiente troppo austero per lei, circondato da persone che la disprezzano (la madre di Absalon) o che non la capiscono (Absalon), che dona tutto se stesso in un amore folle e ingenuo col figlio del pastore e che al termine del film, disillusa anche da lui, non accetta di piegarsi al volere della società, preferendo affrontare il rogo pur di rivendicare la sua individualità. Dice bene il Morandini, “Per il regista danese la più terrificante sequenza musicale della liturgia cristiana diventa un inno alla vita e alla libertà contro il fanatismo, l’intolleranza, la cecità spirituale degli uomini.” La scena finale del film è l’accusa finale che riassume quanto detto nel film: l’ombra di una croce che si trasforma inesorabilmente in una croce di cimitero. Il significato è chiaro: la chiesa non conduce all’aldilà, porta solo alla morte, oltre il cimitero non c’è nulla.
Magnifiche le caratterizzazioni dei personaggi principali, descritte con notevole profondità psicologica: oltre ad Anne c’è Absalon, pastore codardo sotto il giogo della madre, un uomo che si tormenta per aver peccato di lussuria sposando una ragazza troppo giovane salvandone la madre presunta strega, andando contro i solidi valori della sua chiesa (il corpo appartiene alla terra e l’anima a Dio); Merete, la madre del pastore, rappresentazione vivente della chiesa con tutti i suoi mali; infine Martin, colui che sembra provare amore per Anne ma che alla fine si rivela come il padre, un codardo che si sottomette al volere di Merete, il volere della chiesa.
A differenza di molti altri suoi film qui Dreyer fa uso maggiore della cinepresa, concedendosi molti movimenti di camera e due splendidi piani sequenza, uno nella sala torture nel primo atto e l’altro nella scena del funerale, riprendendo i chierichetti intonare il canto funebre mentre attraversano la stanza, ripresi dal punto di vista della bara. Notevole anche la fotografia, con un uso sopraffino del contrasto tra neri e bianchi, in particolare nella figura di Anne, la quale nella scena del funerale (e nello splendido primo piano finale) si presenta con una cappa bianca, unica tra tutti, quasi a volersi identificare come colpevole. La minuziosità e la perfezione artistica di Dreyer non hanno tradito neanche stavolta, non per niente è stato più volte accreditato come uno dei più grandi pittori scandinavi per la bellezza delle sue opere.
Piccola curiosità: il film è stato girato nel 1943, anno in cui la Danimarca era sotto il giogo nazista. E’ facile notare un paragone tra gli ebrei ed Anne: entrambi pagano con la vita il semplice fatto di essere nati, i primi come ebrei, la seconda come figlia di strega. D’altro canto anche l’Inquisizione è facilmente riconducibile ai nazisti. Dreyer con questo film ha voluto anche rappresentare la situazione politica del suo paese e dell’Europa in generale, seppur in maniera sottile e non di immediata comprensione.
Concludendo, penso di non essere granchè in torto nel definire Dies Irae uno dei migliori film della storia del cinema, un’opera d’arte come ben poche altre, e mi provoca molto dispiacere vedere quanto sia poco noto Dreyer ai più, spero che le mie recensioni sui suoi film servano ad aumentare la sua visibilità.

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