Recensione su Voice from the Stone

/ 20175.38 voti

22 novembre 2017

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Negli anni Cinquanta una giovane infermiera di nome Verena, specializzata nel trattamento di bambini con disturbi mentali, è convocata da un padre in un castello in una zona imprecisata della Toscana per cercare di curare il figlio Jakob. Il bambino è affetto da “mutismo elettivo”, ha cioè deciso consapevolmente, da quando è morta l’amata madre, di non proferire più parola. A completare il quadretto famigliare, la bizzarra figura della nonna e Alessio, perfetto maggiordomo e custode dei segreti di questa strana famiglia arroccata da 1200 anni su “La Rocciosa”, questo il nome della magione. Proprio dalla roccia proviene la fortuna della casata, proprietaria di alcune cave nella zona ormai in disuso, e proprio con l’orecchio accostato alla roccia Jakob ama passare il tempo, convinto di sentirvi i sussurri della madre. Quando anche Verena sembra sentire queste voci, l’infermiera si convince che la donna morta stia perseguitando la casa. Piccola ghost story collocata in un’ambientazione classica del gotico ottocentesco come l’Italia, girata nel nostro paese e tratta da un romanzo omonimo dell’italiano Silvio Raffo. La vicenda si svolge in Toscana ma presenta l’atmosfera nebbiosa tipica dei laghi del nord-ovest, del resto Raffo abita a Varese, anche se l’autore ha affermato che per la descrizione del castello si sia ispirato alla celebre villa Palagonia di Bagheria, in Sicilia. Un film che cita abbondantemente alcuni classici del gotico, dall’Edgar Allan Poe di La caduta della casa degli Usher, Morella e Il gatto nero, all’Henry James di Giro di vite e alla Daphne du Maurier di Rebecca, ma che si discosta non poco, nella trama, nei personaggi e nel finale, dallo scritto di origine. Il romanzo è narrato alternativamente dal diario segreto di Jakob, che non è un bambino ma un ragazzo di circa 18 anni il cui mutismo è dovuto alla convinzione che seguendo delle rigide regole, i suoi pensieri non mediati più dalla parola possano plasmare la realtà, portandolo alla ricongiunzione con la madre, e dalla voce di Verena, il cui passato è invece più oscuro della controparte di celluloide e verso cui Jakob prova avversione perché rappresenta la tentazione di farlo desistere dal proposito proponendosi come alternativa affettiva. Tra i due nasce una partita a scacchi che è poi il succo del racconto, sempre ambiguo e in bilico tra horror sovrannaturale e thriller psicologico, con entrambi i due io narranti inaffidabili nell’interpretazione se i fatti siano reali o percepiti come tali. Anche il finale, affine ma meno consolatorio rispetto quello del film, mantiene il dubbio e lascia aperta la porta a una spiegazione razionale degli eventi. Sempre nel romanzo, il padre è solo nominato e ricompare brevemente nel finale, la nonna è invece completamente assente, è una zia a occuparsi di Jakob. La madre infine non è morta di malattia ma cadendo da una rupe, schiacciata emblematicamente da una grossa pietra.

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