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Recensione su Viva la libertà

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12 marzo 2013

E’ divertente, ben recitato e ben scritto. E’ anche una tipologia di film davvero poco diffusa in Italia, un film che riesce a parlare della contemporaneità, ora ed adesso, quindi c’è anche un certo coraggio produttivo. Servillo poi riempie il film e lo riempie così tanto che la regia si ferma ad assecondarlo.
Tutti coloro che hanno votato a sinistra negli ultimi 25 anni dovrebbero andare a vederlo, perchè scatena una qualche riflessione. E il film ha anche rimandi ancora pieni di significato (c’è l’hotel ergife, ah!). Oltre all’analisi di una crisi pubblica del politico di sinistra tratta anche la crisi personale di un uomo che ha nel fratello la sua nemesi, uguali e così diversi hanno giocato nel loro passato con la somiglianza, il politico ne è risultato sconfitto, parimenti sconfitto in un qualche modo lo sarà anche nel presente.
Detto questo è davvero curioso come, sempre e comunque, anche la sinistra critica non riesca ad un uscire da una certa idea non solo di sè, ma del mondo.
Collegamenti principali della storia possono essere lo stralunato giardinerie di Sellers e Dave, presidente per un giorno. SE il primo rimando ha una sua traduzione simbolica che comunque non viene approfondita moltissimo (la stralunatezza del gemello guarda al ballo, il che mi piace anche molto per l’idea della istintività e della liberazione che la danza possiede), nel secondo caso davvero si apre un abisso “culturale”. Non solo l’intellighenzia di sinistra è la Cultura con la C maiuscola (ambienti stracolmi di libri, arte e libri, libri, libri, sopraffino gusto per l’arredamento, professioni di una certa qualità), ma il gemello stesso, il doppio, è un professore di Filosofia (che ha scritto naturalmente un saggio sull’identità) e arringa le folle citando Brecht!
Ricordiamo Dave: il sosia scardina il sistema con la sensatezza ordinaria dell’uomo comune. La mia non vuole essere una presa di posizione giudicante, ma è una semplice osservazione: non solo la sinistra che muove le fila dietro le quinte ha un retaggio culturale gigantesco, ma la soluzione allo stallo propositivo, politico, alla distanza con l’italia stessa che il film narra da parte della stessa sinistra è la cultura stessa. Se nel passato la proposta anche educativa è stata forte, presente, a volte salvifica, fondamentale, accettata consapevolmente come punto di arrivo e partenza per la presa di coscienza della “massa” negli ultimi 30 anni questo non lo è più, ancor meno credo che lo sia oggi. Pensare oggi che la folla si entusiasmi per Brecht rispecchia lo scollamento della sinistra nei confronti degli italiani. Guardiamo a Bersani, lui cita Schumpter e ogni tanto (oltre ai tacchini) si rifugia nel latino…………..(Natta non era laureato alla Normale?).

E’ una sconfitta che certamente non è da accettare (sconfitta “culturale”), ma che sulla quale bisogna prendere le misure per ripartire, magari insistendo non sul culturalese, ma sul politichese e le derive della politica diventata mero mestiere, e in questo, a parte una fugace presenza di un maneggione, si sorvola parecchio nel film.

IL libro di Andò si chiama il trono vuoto, l’unico politico che si vede è in foto, in bianco e nero, momento emotivo puro, Berlinguer, sorridente. Poi, il nulla

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