Recensione su Vita di Pi

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13 febbraio 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Morire se ho trovato qualcuno che volesse venire a vederlo con me. E morire se sarei andato a vederlo in 3D, ne avranno fatti due o tre finora di film che valeva la pena vedere in 3D, e uno era un documentario di Herzog che tanto non avrà visto quasi nessuno. Comunque, l’ho trovato al cinema in modesti 2D, e bel bello sono ito.
Pi è questo ragazzetto, vabbè, tutto è a flashback, raccontato da un indiano emigrato in Canada a un tontissimo scrittore senza idee canadese, è ‘sto ragazzetto che non si sa perché sa tutti i numeri del pi greco a memoria. Ma non che gli serva, che sia più intelligento o migliore di qualcun altro, sa i numeri e basta. E poi è sincretista abbbomba, nel senso che a 12 anni è già cristiano, induista e musulmano, tutto insieme. Molto pop.
E molto pop sarà anche il prosieguo.
Pi e la sua famiglia hanno uno zoo a non-so-dove in India, lo chiudono e partono, con tutti i loro animali stivati, verso altrove. Ma. Ma tempesta, tra l’altro abbastanza finta, è inutile avere gli effetti speciali del miocardio se poi i muri d’acqua sembrano finti, anyway, su di una scialuppa restano solo Pi e una tigre del Bengala che si chiama Richard Parker. Non sto a raccontare oltre, ma solo perché non ne ho voglia. Si salveranno, e sul finale verrà proposta, artificiosamente troppo in qualche modo, una doppia lettura della storia che nega l’intera storia sostenendo che quella storia non fosse la vera storia ma una metafora della storia. Nel frattempo abbiamo attraversato un orgasmo di immagini scintillanti e fluorescenti, dove una natura colorata e indifferente mostrava agli occhi viziati paesaggi incredibili e fantastici, tanto da perdere la bussola del sogno e del reale. Che un po’ era il fine, un po’ è anche riuscito, un po’ dopo una certa tutta questa fosforescenza da dei principi di epilessia. Cela dit, il film e il suo taglio sono personali e relativamente originali, e non si può dire che il buon (o cattivo) Ang non abbia provato a girare un sacco di film diversi, mettendo in tutti qualcosa di personale pur senza mai girare filmissimi. Poi beh, io son di parte, perché basta mettere qualcosa che abbia vagamente una ispirazione bollywoodiana e son contento, e gli indiani ormai ricoprono circa questa funzione, la terra lontana, i colori, la fantasia, l’esotismo, blabla. Non so quanto durerà, per ora it works.

3 commenti

  1. Stefania / 13 febbraio 2013

    Se avessi chiesto a me di venire al cinema questo film, avrei scosso energicamente la testa e, con gli angoli della bocca rivolti verso il basso, ti avrei detto (probabilmente, a torto): “Mi è bastato aver letto il libro, blah” 😉

    • tragicomix / 14 febbraio 2013

      Mah, infatti son dovuto andare da solo 😀 anche se non era COSI’ brutto come è stato per te il libro. Ci tengo a dire che di leggere non mi fregava nulla prima, e ora che mi hai detto così mi frega ancora meno 😉 è comunque sempre l’annosa questione delle trasposizioni libro/film, o viceversa

      • Stefania / 14 febbraio 2013

        Ma no, io mi faccio pochi problemi, leggere prima, dopo, non leggere pur avendo visto il film, leggere senza mai riuscire a vedere il film. Ovvio, se capita, faccio il confronto, anche volentieri. Il libro in questione mi era stato consigliato, ma non mi ha detto molto. Non che non abbia elementi interessanti e/o sia scritto male, ma non mi ha lasciato dentro niente di particolare.
        Ang Lee, poi, non è tra i miei registi preferiti: mi basta pensare a “I segreti di Brokeback Mountain” e a “Motel Woodstock” e mi annoio all’istante senza colpo ferire.

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