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Recensione su Viridiana

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Viridiana: l’Apocalisse buñueliana / 27 aprile 2015 in Viridiana

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Buñuel, ormai naturalizzato messicano, torna in Spagna dopo vent’anni d’esilio e gira Viridiana: Palma d’Oro a Cannes, tacciato di blasfemia dal regime e dal Vaticano, inizialmente inviso ai rifugiati per via della scelta dell’ambientazione, il film diventa uno strumento di contestazione a suo modo utile alla causa.
Lo sfaccettato dualismo tipico del suo cinema si materializza nella vicenda “personale” del film.

Viridiana vibra di commozione e di sarcasmo nerissimo: Buñuel contrappone l’immobilismo secolare dell’amata Spagna legata agli antichi retaggi nobiliari (Don Jaime) e religiosi (Viridiana) al presunto dinamismo della rampante classe media emergente (Jorge), spregiudicata ma distratta dagli agi borghesi, compatendone il destino.

Feticismo, necrofilia, perversioni sessuali, distruzione dei simboli religiosi: tutto sembra concorrere alla condanna morale di uno dei più convincenti lavori del cineasta spagnolo. Eppure, letto nell’ottica di un simbolismo spinto, Viridiana è un’analisi limpida, onesta e profondamente nichilista di una società ipocrita che ha perduto di vista la sostanza primigenia degli assunti su cui si puntella, come la Fede, per l’appunto.
Nota ed emblematica, a questo proposito, è la scena del pasto dei mendicanti, composta come L’ultima cena di Leonardo: in un controsenso palese, è il cieco a guidare il gruppo, è il cieco a sedere al centro della composizione, nel posto che nell’affresco è occupato da Gesù. Il cieco è avvolto dalle tenebre, eppure pretende di segnare il passo dei suoi compagni: è un grottesco e ripugnante carapace, un finto simulacro, un simbolo di potere svuotato di ogni potestà.
L’ulteriore contrapposizione fornita dalla scena in cui le bucoliche preghiere nell’orto cozzano, letteralmente, contro il cacofonico lavoro dei muratori, acuiscono il senso di vuoto delle orazioni: è chiaro che i mendicanti accettano di pregare per mostrarsi pii agli occhi della loro benefattrice, mentre Viridiana sembra aggrapparvisi come ad una scaramanzia.

Nell’evoluzione della protagonista, non è il ruolo della religione a mutare, ma la consistenza della propria Fede: a contatto con un mondo altrimenti sconosciuto all’interno del convento in cui è cresciuta, Viridiana conosce improvvisamente la violenza e l’aberrazione, restandone sconvolta. In un processo di decostruzione della Fede, si convince che è il sacrificio fisico fine a sé stesso ad ipotecare la salvezza e la fermezza del suo Credo.

Buñuel sembra non lasciare scampo ad alcun tipo di speranza, nel suo universo non sembra esistere né la redenzione, né la rettitudine. Viridiana, in questo senso, è sconvolgente ed apocalittico.

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