Recensione su Vincere

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1 marzo 2011

E’ la storia della cancellazione di una identità in cui possiamo leggervi la storia della perdita/cancellazione dell’identità di una nazione intera.
Formalmente è bellissimo, perchè adotta l’isteria visiva dei futuristi, ambientazioni a la Fattori, cromatismi molto molto belli, perchè sceglie momenti di poesia pura come una straordinaria nevicata luminosa in un natale tristissimo visto dalla protagonista all’interno delle sbarre del manicomio, in paralello con la furia del figlio contro il simbolo del padre e il suo primo atto di ostinato recupero del proprio nome.
C’è una protagonista unica, una donna moderna, innamorata (cecità per cecità è la stessa fascinazione che tutta la nazione ha subito nei confronti di Mussolini, incapace di guardare veramente alle sue azioni), capace di essere artefice del destino di un uomo freddo e calcolatore (da notare che la Mezzoggiorno passeggia, entra nelle inquadrature in controluce, una sagoma, un’omra)..
Quanto è sbilanciato questo rapporto lo si vede immediatamente dalle lunghe scene di sesso fra i due, l’una completamente partecipe, l’altro distaccato, quasi non presente, in un momento, dato il taglio della luce, spariscono le sue pupille e gli occhi sembrano solo bianchi, vuoti. Lei inadeguata al ruolo viene sacrificata sull’altare del potere, senza però perdere la forza di ribadire la propria esistenza via via che il cerchio si chiude stretto attorno a lei, annullandola, in un lungo percorso in cui sarà lei la prima a doversi liberare del fascino di Mussolini, che difende oltre ogni evidenza.
Intorno a loro il dilagare del fascismo con i suoi tratti di autoritarismo, illiberismo, asservimento di ogni voce differente, paura, convivenza.
Il ritratto peggiore è quello della chiesa, consapevole e silenziosa, un mondo ai piedi del regime che culturalmente forgia l’italia meglio del regime stesso. Tanto che la fuga di Ida è aiutata da una metaforica spoliazione della suora sorvegliante che alla fine, di fronte ad un fatto oggettivo, “rifiuta“ la propria veste.
Il film si apre e si chiude sullo stesso evento, la piccola prova funambolica del sindacalista anticlericale ed ateo che sfida Dio ad incenerirlo per provare la sua esistenza, ma almeno il finale è ottimista, non sarà certo Dio a fermarlo, sarà quel popolo alla sua mercè per 20 anni. Un cerchio da eterno ritorno, chiuso dentro la circolarità di un orologio, all’interno di un tempo definito che si dilata in tutto il film.

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