Recensione su Videodrome

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3 Ottobre 2011

A completamento di un ciclo in cui i temi più cari al regista canadese si mescolano con una forma di intrattenimento che negli anni ’80 ha prodotto notevoli incassi, “Videodrome” è un esempio perfetto dello stile del Cronenberg precedente agli ultimi 3 film (“A history of violence”, “la promessa dell’assassino” e il recente “a dangerous method”).
Qui siamo tra “Scanners”, “la mosca” ed “existenz”, esempi di film ai confini dell’horror, con scene che per qualcuno possono sembrare intollerabilmente splatter, ma che hanno il significato di guidare lo spettatore sulla linea di pensiero del regista ossessionato dalla mutazione fisica che accompagna un presa di coscienza o una rivelazione puramente psichica, intima ed intellettuale, tale da schiacciare il protagonista, rendendolo vittima del suo stesso dono e vettore di un percorso evolutivo, non sempre stabile.
Il protagonista di “Videodrome” è il dirigente di una tv che propone horror, sesso e violenza, alla continua ricerca di nuovi stimolanti programmi per il suo palinsesto. E’ il substrato giusto su cui Cronenberg impianta il seme di una deriva maniacale che ha la forma di un segnale, trasmettibile attraverso videocassetta, che provica assuefazione, allucinazioni e, in ultima analisi, proliferazione tumorale.
E il regista e scrittore del film si spinge a tal punto che il suo protagonista (un giovane James Woods) diviene esso stesso il mezzo attraverso chi ha inventato il segnale videodrome può perpetrare le sue azioni. E lo diviene fisicamente, modificando il suo corpo, fondendosi con ciò che lo guida. La nuova carne è la sintesi della televisione e dell’uomo. Un pò come in “existenz” il protagonista si immerge nelle sue allucinazioni fino a che perde il contatto con la realtà ne diviene schiavo e non può più distinguere tra realtà e finzione.
Più riuscito di “Scanners” e meno cerebrale di “existenz” è un tassello essenziale del “vecchio” Cronenberg.

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