Recensione su Vice - L'uomo nell'ombra

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Il segreto del potere / 24 Luglio 2019 in Vice - L'uomo nell'ombra

Vice è quello che si ottiene quando l’intento della denuncia politica non va a scapito del linguaggio propriamente cinematografico: un piccolo capolavoro. Continue variazioni di tono, lungo l’intera gamma che va dal dramma alla satira (variazioni che qualcuno, chissà perché, ha considerato un difetto del film); continue invenzioni, come quella esilarante dei titoli di coda che iniziano a scorrere a un terzo circa del film; un grandissimo Christian Bale, completamente trasformato dal trucco; un cast di attori somigliantissimi agli originali (per un attimo mi sono chiesto come diavolo avesse fatto Condoleezza Rice ad accettare di recitare nel film); un ritmo sempre sostenuto – c’è qualche sfilacciamento solo nella storia del trapianto.
Ma prima di ogni altra cosa c’è una riflessione sulla natura dei potenti. Cosa unisce lo sconsiderato ubriacone che vediamo nella prima scena al freddo, diabolico calcolatore vicepresidente della scena seguente? Nella traiettoria dell’uomo, come Adam McKay la ricostruisce, non c’è in realtà soluzione di continuità: Cheney diventa sì più cauto, più silenzioso, ma nell’intimo è ancora lo stolido stagista dei primi tempi. Ed è questa stolidità uno dei segreti meglio custoditi del potere: quella che spesso dà la fiducia in sé necessaria alla scalata al vertice. The best lack all conviction, mentre i peggiori non sono demoni incarnati – Cheney nel film non è estraneo agli affetti familiari (entro certi limiti) – ma semplicemente narcisi amorali, che solo l’infinità credulità degli uomini pone e mantiene al potere.

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