Recensione su Venere in pelliccia

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“Don’t forsake him. Strike, dear Mistress, and cure his heart” (V.U.) / 18 Novembre 2013 in Venere in pelliccia

L’ultimo lavoro di Polanski è fortemente ironico ed ambiguamente onirico: se, nell’immediato, la pellicola mi ha lasciata quantomeno tiepida nei suoi confronti, al contrario, decantando nella memoria, ha acquisito sempre maggiore peso e consistenza.

Venere in pelliccia è un gioco di specchi, in cui Vanda è manipolatrice e dea (non è un caso) ex machina, alter-ego di uno sceneggiatore (non propriamente Thomas, casomai Roman…e non è un caso neppure che l’attore ed il regista siano fisicamente tanto somiglianti tra loro) che, pirandellianamente parlando, dialoga coi suoi personaggi, li trasforma, li ama e li disprezza.

Il gender dei protagonisti, soggetto ad inversioni e trasformazioni (e quella finale di Thomas, comunque, non può non portare alla memoria quella di Trelkovsky ne L’inquilino del terzo piano), è pressoché superfluo, perché la piéce in questione non è un racconto sulla lotta tra i sessi, come potrebbe sembrare a primo acchito, ma sulla guerra (ed il sesso è anch’esso un pretesto, atavico, ma pur sempre un pretesto) tra identità.

Mentre il personaggio di Vanda, interpretato da una brava Seigner giunonica e luciferina, soggetto a repentini mutamenti d’umore e di atteggiamento, pare pienamente compiuto, modellato a tutto tondo, quello di Thomas pecca di uniformità: dal primo istante, egli si mostra incerto e perennemente stupito, e nulla di più.
Egli sembra assistere passivamente al susseguirsi degli eventi, preso al laccio dagli stessi, inerte: Thomas accetta senza colpo ferire anche il capovolgimento di prospettiva uomo-donna, il che presuppone una sorta di condiscendente e/o altrimenti inespresso desiderio di liberazione, ma che, nel complesso, accentua, se possibile, la sua “mediocrità”.

Nel complesso, risultato godibilissimo e, nella versione italiana, il lavoro di doppiaggio di Emanuela Rossi sulla Seigner è davvero buono: in particolare, il primo cambio di tono di voce (Vanda/ Wanda), inedito fino a quel momento e, perciò, percepibilissimo, segna il passo di tutto il successivo lavoro.

4 commenti

  1. laschizzacervelli / 18 Novembre 2013

    Non leggo la recensione perché ancora non ho visto il film ma intanto complimenti per il titolo 😉

    • Stefania / 18 Novembre 2013

      Shiny, shiny, shiny boots of leather 😉
      (meta/multicitazione, poi capirai perché, ma… basta, non ti voglio solleticare troppo 😀 )

  2. tiresia / 19 Novembre 2013

    io parzialmente delusa, non innova il tema, non me lo restituisce in maniera originale
    E’ vero che c’è un ribaltamento di identità e di genere, però alla fine il corpo femminile trionfa magnificato

    • Stefania / 19 Novembre 2013

      @tiresia: anch’io ho riflettuto sul trionfo del corpo femminile, però ho “risolto” la questione considerandolo un simulacro, o -meglio- un costume. Che la fisicità dirompente di Vanda soverchi fin dal primo istante quella, ammettiamolo, insignificante di Thomas (lei è materialmente costituita da oro e burro, lui è poco più che color polvere), è palese, ma -per me- costituisce un “attributo” del travestimento e poco più.

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