Recensione su Veloce come il vento

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Come un grande pilota / 9 Aprile 2016 in Veloce come il vento

Un grande pilota di corse automobilistiche è incosciente, sebbene chi lo vede all’opera noti solo una guida curata, precisa, apparentemente razionale. Dentro l’abitacolo del grande pilota di razionale c’è solo la pazzia, che per lui è naturale: è un dosaggio perfetto tra cervello e cuore, ragionamento e passione. Prendete Ayrton Senna, l’esempio più facile, perché probabilmente il più grande pilota di tutti i tempi: mentre eseguiva una curva già pensava a come impostare quella successiva, “anticipava”; quando la pista era bagnata per lui l’acqua da fattore di paura come era per molti piloti si trasformava in strumento utile per far scivolare meglio la macchina ed eseguire traiettorie nuove, perfette; o il freno, Ayrton non lo intendeva mai per il suo scopo, ma perchè dava un senso all’acceleratore: ci giocava come pochi, chiamandolo in causa solo lo stretto necessario. Era veloce Senna, maledettamente veloce, perché guidava con il rischio costante di sbagliare, di andare a sbattere, e a quei tempi, anche di morire: il limite era sempre un po’ più in là, mai raggiunto, ma sempre da porsi per valicarlo. Quando rischi, nella velocità, sei un grande pilota, e vai forte. In definitiva, sei coraggioso. Questa metafora si può applicare al film di Matteo Rovere: “Veloce come il vento” è un film che rischia, che ha coraggio, che prova a non tenere tutto sotto controllo. Come un grande pilota, come un grande film. Come talvolta nella vita. “Se hai tutto sotto controllo, significa che non stai andando abbastanza veloce”, diceva Mario Andretti, e non a caso è la citazione con cui si apre il film.
Prendete il personaggio interpretato da Stefano Accorsi: Loris, ex pilota, ora tossicodipendente, che dopo la morte del padre torna da sua sorella Giulia, 17enne pilota di Gran Turismo, e il fratellino Nico e si troverà coinvolto in quel mondo di corse e passioni velocistiche che aveva abbandonato, ora necessario per non perdere la casa, e quel ritrovato nucleo familiare. È un personaggio fuori dagli schemi, è imprevedibile, è quasi un pazzo svitato, è fuori controllo. Al contrario della sorella che cerca di razionalizzare tutto, di proteggere il fratello, di non perdere la casa: una ragazza imprigionata dagli schemi, dalla vita, da quello che ha dovuto per forza di cose subire e a cui ha dovuto adattarsi: un pilota che fa “le curve tonde”, che non rischia perché la posta in palio è troppo alta, che pensa, invece di guidare e basta. Naturale che le due visioni si scontreranno in modo forte, talvolta doloroso, e che dovranno per forza di cose scendere a compromessi. Loris quasi per caso e non per sua volontà diventerà il maestro di Giulia, le insegnerà a dosare il freno e a spingere sull’acceleratore: in macchina, ma anche nella vita. Esagererà spesso, e lo capirà grazie proprio a quella sorella che non ha peli sulla lingua e che è cazzuta quanto basta, come una donna vissuta, che è più matura di lui. Caos ed equilibrio, da governare il primo, da svincolare il secondo. Irresponsabilità e responsabilità: poca da un lato, troppa dall’altro. Il compromesso è la risposta, cioè un affetto necessario, e i primi successi nelle corse: la giusta dose di acceleratore e freno.
Matteo Rovere riesce a dosare, nonostante una sceneggiatura che a volte perde la corda e si trova a pattinare fuori traiettoria, perdendo chance importanti, o a prendere talvolta cordoli troppo alti costruiti su stereotipi comuni, e a risultare perciò forzata; ma nonostante queste sbandate il film raggiunge il traguardo, in modo compiuto, ed esaltante. Funzionano le scene di velocità tra interni ed esterni, tra carrellate in avanti e “fughe” all’indietro della macchina da presa (che attua la metamorfosi in macchina da corsa), tra gli occhi provati del pilota, e lo spietato asfalto; funziona l’alchimia tra gli attori, con la rivelazione Matilda De Angelis nel ruolo di Giulia, funziona la rappresentazione marginale (a bordo pista) della droga, delle sue devastanti conseguenze; funziona l’epicità della corsa, il rombo dei motori, la forza espressiva di una vettura che si muove sull’asfalto, la bellezza che scaturisce dalla velocità pura. Funzionano anche i pit stop che il film si prende: momenti di pausa, di dialogo, di riflessione, uno in particolare, emblematico, perché avviene proprio dopo che Giulia si è lasciata andare, senza controllo, in una serata all’insegna della trasgressione tra alcol e sesso, e maledice tutto, e tutti, la sua stessa vita. Trovando equilibrio sulla spalla del fratello, che per una volta fa il fratello maggiore e si preoccupa e consiglia, in un ribaltamento di quelle visioni, di quei mondi, che l’io, quasi in uno sfogo naturale e necessario, reclama a se stesso.
“Veloce come il vento” poteva anche essere memorabile. Nel contesto del panorama del cinema italiano certamente lo è, e non è poco. In una prospettiva più ampia, purtroppo no. Il coraggio è fondamentale, ma non basta. Conta vincere. E non si vince perché si mette insieme una serie di fattori ed elementi azzeccati e vincenti. Si vince perché è un bisogno. Perché si è nati per farlo. È la differenza tra un grande pilota, e il Campione. Tra un ottimo film e il capolavoro. Il Campione vince perché non può non vincere. Il Campione è un tossicodipendente come Loris: “sono drogato. Drogato di vittoria. In questo momento sono totalmente dipendente dal successo: corro, vinco e dunque vivo”, diceva proprio Ayrton Senna. Il film capolavoro corre, vince e dunque vive.
“Veloce come il vento” non ha vinto. Ma ha saputo correre in modo eccellente. Da grandissimo film.

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