Recensione su Vampiros lesbos

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KOVEC NIHE TREKATSCH / 10 Aprile 2013 in Vampiros lesbos

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

“Sono parole vane se le pronuncia lei. I nostri nemici sono destinati a perdere ogni battaglia, non entreranno mai nel nostro regno”.
ovviamente si parla di lesbismo. SIamo in un’epoca in cui certe tematiche stavano finalmente uscendo dalla tana. superficialmente la sceneggiatura di Jaime Chávarri e Anne Settimó e del regista stesso, potrebbe sembrare conservatrice. Il lesbismo è analogia del mostruoso e rappresentato come patologia (Agra è ninfomane, Linda schizofrenica e Condesa generata dal trauma dello stupro).
Le donne che cadono vittime del fascino mesmerico di una sempre splendente Soledad Miranda, vengono rappresentate come manichini o disturbate o represse.
Un Jess Franco reazionario?
No, ovviamente. Dopo l’iniziale rappresentazione del lesbo-vampirismo tra lettini di analisi e sogni insconsci e clinische psichiatriche, vediamo cadere la maschera dei personaggi maschili: deboli (Omar), ambigui (Dr. Steiner, un pessimo Paul Muller, il Van Helsing della situazione), inadeguati ( Dr. Alwin Seward); che non vogliono far altro che rinchiudere o possedere o “normalizzare” ogni direzione sessuale che non possa essere a loro disposizione.
Un film femminista quindi?
Un tempo si sarebbe potuto definire così. Lo chiamirei lungimiranti invece. Tant’è che il montaggio sottolinea il decorso evoluzionale della pulsione lesbica con inquadrature di animali e insetti e predatori e vittime: è la natura, insomma.

“No, non è stato un sogno. Per quanto sembri incredibile e non esista una spiegazione… La paura di questi giorni è destinata a dileguarsi. Ma il ricordo resterà per sempre…finché avrò vita”.
E infatti il film comincia con un rito magico, e il mare, come l’inconscio, si infiltra per tutto il film.

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