Recensione su Vajont - la diga del disonore

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09/10/1963 / 22 dicembre 2015 in Vajont - la diga del disonore

Nel 1959 sono in corso i lavori per la costruzione di un’imponente diga nella valle del Vajont. L’opera è progettata da tre ingegneri, Carlo Semenza (Michel Serrault), Alberico Biadene (Daniel Auteuil) e Mario Pancini (Leo Gullotta), per conto della SADE, acronimo di Società Adriatica Di Elettricità, una compagnia idroelettrica privata che in seguito verrà rilevata dall’ENEL. L’energia elettrica prodotta dalla diga dovrebbe migliorare l’esistenza della gente che vive nella vallata, ma una giornalista dell’”Unità”, Tina Merlin (Laura Morante), dalle colonne del giornale per cui scrive denuncia pubblicamente la pericolosità di quella gigantesca barriera di cemento, destinata a superare abbondantemente i 200 metri d’altezza, sostenendo che causerà soltanto danni a un territorio fragile, soggetto a frane e smottamenti e perciò inadatto ad essere trasformato in un grande lago artificiale.
Anche gli abitanti del luogo sono contrari alla creazione dello sbarramento, ma i responsabili del progetto non vogliono sentir ragione e l’opera viene completata e ufficialmente inaugurata il 17 ottobre del 1961. Poi, il 9 ottobre del 1963, l’immane tragedia che tutti conosciamo (e che poteva essere evitata se solo chi di dovere avesse dato ascolto a coloro i quali avevano segnalato i gravi rischi che comportava la realizzazione di quella mastodontica chiusa): la sera di quello stesso giorno dal Monte Toc si stacca una voluminosa frana che cade nel bacino, creando così un’impressionante onda anomala che oltrepassa l’argine travolgendo tutto quello che incontra sul suo cammino. Lo tsunami di acqua e fango generato dai massi precipitati nel lago provocherà la morte di 1.917 persone.
Il primo lungometraggio di Renzo Martinelli, “Sarahsarà…”, risale al 1994, ma da allora il Nostro non azzecca un film neanche per sbaglio. Eppure, nonostante i pessimi risultati conseguiti dalla sua produzione registica, continua imperterrito a sfornare ciofeche invereconde a ripetizione. “Vajont – La diga del disonore” (2001) non fa eccezione rispetto agli altri film (i cui titoli non vale nemmeno la pena citarli) che Martinelli ha diretto nel corso della sua disastrosa carriera. Qui il suo obiettivo era quello di realizzare una pellicola che mescolasse l’impegno civile con lo spettacolo ma l’esito lascia alquanto a desiderare.
“Vajont”, infatti, è un tentativo malriuscito di coniugare il cinema impegnato con quello spettacolare. E’ un film scadente, per non dire indecente, che ricorre ai colpi bassi per commuovere il pubblico (come quello della sedia a dondolo che sopravvive alla catastrofe) e che sembra girato da un regista incompetente il quale pensa che bastino un po’ di ralenti e di inquadrature oblique per essere considerato un fenomeno della regia cinematografica.
A parte il fatto che, a modesto parere di chi scrive, spettacolarizzare una tragedia realmente avvenuta è un’idea di cattivo gusto (le scene filmate al rallentatore, come quella dell’uomo anziano sopraffatto dall’acqua mentre si trova in casa, sono inaccettabili), Martinelli (che oltre a firmare la sceneggiatura a quattro mani con Pietro Calderoni si concede un cammeo nella parte dell’operatore che riprende i lavori della diga) è un cineasta dozzinale e presuntuoso che crede di essere una via di mezzo tra Orson Welles e Sam Peckinpah; ma dato che tra lui e i due succitati maestri c’è una distanza siderale, è ovvio che il suo scopo sia miseramente fallito. Nella ricostruzione approssimativa degli eventi che determinarono la sciagura (nella pellicola ci sono diverse inesattezze), c’è spazio pure per una storia d’amore, quella tra un geometra, Olmo Montaner (Jorge Perugorria), che lavora alla costruzione della diga, e una ragazza di Longarone, Ancilla Teza (Anita Caprioli), che però lascia il tempo che trova e sulla quale è meglio stendere un velo pietoso.
Nella scena del disastro, poi, c’è un errore clamoroso: invece di essere sporca di fango, l’acqua che investe i paesi della valle è limpida e trasparente come quella che sgorga da una sorgente. E quando sui titoli di coda irrompe la voce di Andrea Bocelli, viene voglia di tapparsi le orecchie. Anche gli attori vengono coinvolti nella mediocrità generale: due interpreti di gran classe come Daniel Auteuil e Michel Serrault recitano al di sotto delle loro capacità, mentre Laura Morante, che dà il peggio di sé, continua ad agitarsi inutilmente e Leo Gullotta, immeritatamente premiato nel 2002 con il Nastro d’argento per il Miglior Attore Non Protagonista, ha sempre la stessa espressione stampata sul volto.
A peggiorare il tutto ci pensano un doppiaggio dilettantesco e un sonoro di scarsa qualità, con gli attori che quando parlano sembra che abbiano ingoiato un imbuto. Le vittime della tragedia (ma, visto come andarono le cose, sarebbe meglio dire della strage) del Vajont meritavano di essere ricordate con un film migliore.

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