Recensione su Viaggio nella pianura ungherese

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Satantango revisited / 16 gennaio 2016 in Viaggio nella pianura ungherese

Il viaggio nella pianura ungherese di Béla Tarr è il viaggio nella solitudine di un uomo, ormai rassegnato nella propria disperazione e avvezzo al vino.
Le ambientazioni sono quelle precise di Satantango (di cui il corto ricalca anche alcune scene): una desolante Puszta ungherese, solitaria e spettrale.
Le musiche, ancora una volta, quelle di Mihály Vig, che è anche l’interprete principale, confermando un sodalizio che va avanti dai tempi di Almanacco d’autunno e che proseguirà fino alla decisione di Tarr di abbandonare il cinema.
Nella mezz’ora abbondante di durata, il protagonista si esprime soltanto in versi, in particolare quelli di Sandor Petofi, poeta ungherese che a quei paesaggi era particolarmente legato.
Paesaggi che il regista dipinge in modo suggestivo, con il suo stile inconfondibile (piani sequenza, carrellate laterali, zoomate indietro rivelatrici), anche se affiora qualche idea non esattamente originale: in particolare, la scena in cui Vig suona l’organo sul cassone di un camion in movimento ricorda l’analoga sequenza dei Cinque pezzi facili di Bob Rafelson, con protagonista un grande Jack Nicholson.
Il finale è particolarmente d’effetto, con quella “dedica” all’infante che si dondola spensierato su un’altalena arrugginita (meraviglioso il sonoro, che viene introdotto già dalla scena precedente) e la devastante frase finale, che non lascia alcuno spazio all’ottimismo:
La vita non vale neppure quanto una pentola rotta della cucina,
dal cui fondo un vecchio mendicante lecca i resti della salsa.

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