Recensione su Undine - Un amore per sempre

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M / 30 Ottobre 2020 in Undine - Un amore per sempre

Basta un niente a Petzold a suggerire il senso del fantastico e dell’impossibile: un pupazzo che sembra chiamare la protagonista da un acquario, un reverse, un atto mancato che rivela tragiche conseguenze solo molto tempo dopo. In Undine c’è una semplicità d’immagine, un nitore estremo di messinscena che amplifica in modo “scandaloso” quei riverberi fantasy: la storia è quella di una donna che trova un grande amore subito dopo una dolorosa rottura, ma la gelosia e il passato sembrano giocare contro questo amore.

Se non ci fosse alla base la mitologia germanica, la storia sarebbe un melodramma irrazionale come quelli che illuminavano gli schermi negli anni ’40 e ’50 (Pandora di Albert Lewin per esempio), qui però raffreddato nei toni e nello stile e incastrato nel rapporto che Petzold ha con la Germania, con Berlino in particolar modo, con le sue architetture e le sue profondità (lei, Undine, è una creatura dei mari, il suo nuovo compagno Christoph è un palombaro). Però quella radice, mai affrontata sfacciatamente, si fa strada e cresce tra le pieghe del racconto grazie a un utilizzo elementare (nel senso proprio di vicino agli elementi primordiali) del montaggio alternato o del reverse. Così, una storia d’amore acquista quasi spontaneamente un’eco tragica, potente nella sua linearità che il finale struggente ma silenzioso suggella.

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