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Recensione su Underground

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28 giugno 2011

Di una poesia sconvolgente.

Però, ho compreso tutto il lirismo della storia, solo durante la terza parte: è stato come prendere uno schiaffo in piena faccia. Forse, anche per questo, mentre Ivan parlava di tetti e comignoli su cui le cicogne avrebbero fatto il nido, mi sono ritrovata con gli occhi lucidi ed un nodo inestricabile in gola.
E’ stato allora che tutta la storia, così atipica ed onirica, ha preso, per me, un’univoca, cristallina direzione.

Mentre la Seconda Guerra Mondiale è mitigata dalla surrealtà e si dipana tra assurda realtà e credibile finzione (quella di Marko e quella cinematografica), la guerra civile in Jugoslavia rappresentata da Kusturica ammorba l’anima e fa male.
Il dolore di un popolo racchiuso in un unico set, in cui si aggira un cavallo bianco che ricorda gli incubi di Füssli, dove una chiesetta ricoperta di lamiere e copertoni accoglie una piccola, grande tragedia non solo popolare, un cortile ingombro di rifiuti, una croce crivellata da proiettili e granate, un Cristo rovesciato: una minuscola apologia della miseria umana e dell’insensatezza del fratricidio.

La scena conclusiva (quanta speranza, nella disperazione!) mi ha commossa per il tono fiabesco, rincuorante, accomodante, ma non patetico.

Kusturica cita con sentimento: nelle scene subacquee, il mentore è L’atalante di Vigo, altrove penso che sia stato Fellini ad ispirare alcune trovate, alla base di tutto -poi- sta uno spirito circense proprio dell’Est europeo.

Nota: quando anche il Nero s’immerge nell’acqua del pozzo e, ringiovanito, incontra le persone care, ho creduto per un attimo che il film sarebbe ripreso dalla scena iniziale. Non so se anche in quel caso mi si sarebbero inumiditi gli occhi.

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