Recensione su Under the Skin

/ 20135.9173 voti

La parabola dell’alieno-bambino / 3 Luglio 2018 in Under the Skin

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Prima di vedere Under the Skin, conoscevo Jonathan Glazer solo come regista di storici videoclip musicali (Massive Attack, Blur, Richard Ashcroft, Jamiroquai, Radiohead…). Questo primo approccio alla sua cinematografia mi ha soddisfatta, nonostante alcune asperità caratterizzino il film e vi sia uno scarto narrativo troppo netto, a un quarto dalla conclusione.

Credo di essere rimasta molto affascinata dall’uso e dalla potenza delle immagini create da Glazer (che, ancora e non a caso, sembrano strisciarmi sotto pelle) e dal fatto che, tolti i pur scarni dialoghi, il film potrebbe sostenersi da sé, senza alcuna battuta pronunciata dagli attori, puntellandosi -al contrario- sull’altro elemento sonoro del film, ovvero le interessanti partiture dissonanti composte da Mica Levi.
Infatti, ciò che è inconosciuto allo spettatore (origine degli alieni, fisica e logica degli spazi in cui vengono condotte le “prede”, ecc.) resta tale (ritengo sia “esteticamente” e filologicamente corretto che non necessiti di alcuna spiegazione) e le azioni dei vari personaggi potrebbero sussistere anche senza dialoghi. In realtà, l’uso della parola sembra avere mero valore rafforzativo: in sostanza, evidenzia come la creatura interpretata dalla Johansson (davvero brava a sostenere con la sola forza dello sguardo il ruolo alienato e alienante della protagonista) sia in grado di relazionarsi con le sue vittime, quanto sia abile a mimetizzarsi, come abbia affinato velocemente le sue tecniche di cattura. Trovo che sia un paradosso curioso che, per essere praticata con successo, una pratica ancestrale, ferina, selvatica, come la caccia per fini “alimentari” necessiti della parola, un elemento chiave dell’evoluzione dell’uomo.

Il difetto maggiore del film, secondo me, sta nella maturazione repentina della protagonista che, in maniera davvero troppo improvvisa, inizia a porsi dei dubbi sulla sua natura e su quella delle sue azioni, scoprendo -forse per prima, all’interno della sua specie- di essere dotata di raziocinio e libero arbitrio. In questo, mi ha ricordato una vecchissima striscia di Andrea Pazienza, Allegro con fuoco. Anche qui, ci sono degli alieni alla scoperta della Terra: in questo caso, essi sono impegnati a studiare, senza comprenderli, i comportamenti degli esseri umani, che sembrano regolati solo dalle passioni e dagli impulsi fisici. Assistendo a un pestaggio, un alieno scopre di provare piacere nella pratica della violenza e intuisce di provare delle emozioni legate a essa. L’immagine dell’alieno-bambino che scopre la materia (emotiva, sensoriale, empatica) di cui sono fatti gli esseri umani è un tema affascinante quanto abusato. Glazer ne approfitta con mestiere, ma, purtroppo, inciampa in uno snodo narrativo fondamentale, penalizzando l’intero risultato cinematografico.

2 commenti

  1. paolodelventosoest / 1 Agosto 2018

    Visto ieri sera su N., un film che parte bene poi si ammoscia nella sua sfiancante ripetitività. C’è quella sequenza alla spiaggia col mare mosso però che è un capolavoro di inquietudine, con quel concatenarsi di drammi (il cane, la donna, l’uomo, il soccorritore, il bambino… se non fosse così potente sarebbe ridicolmente esagerata). La parte finale sarebbe stata proprio da riscrivere, secondo me.

    • Stefania / 1 Agosto 2018

      @paolodelventosoest: la scena che citi mi è piaciuta molto, perché racconta fatti terribili mostrando l’ “alterità” dell’alieno-Johansson (e, lì, lei mi è sembrata proprio molto brava, una specie di maschera kabuki e, benché non abbia ancora visto Ghost in the Shell in versione live action, ho pensato che questa sua interpretazione potrebbe essere uno degli elementi che ha giustificato il suo discusso casting in quel film). Concordo sulla parte finale da rivedere.

Lascia un commento