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I demoni della guerra / 16 gennaio 2017 in Sotto l'ombra

L’esordio del giovane iraniano Babak Anvari alla regia e alla sceneggiatura di un lungometraggio è abbastanza interessante, anche se non è esente da talune ingenuità.

Tra gli elementi degni di nota, ne annovero due, in particolare.
In primis, il contesto storico, quello della guerra Iraq-Iran che, negli anni Ottanta del Novecento, vide anche la città di Teheran oggetto di un lungo bombardamento: il pericolo bellico si sovrappone e fonde con quello di natura demoniaca che affligge le due protagoniste.
A quale dei due occorre dare priorità? Quale di essi potrebbe rappresentare la causa più imminente di danno?
La progressiva solitudine della madre e della bambina all’interno del condominio e della città, un’assenza fisica ed empatica particolarmente tangibile soprattutto nella scena della breve detenzione, corre parallelo al dubbio (pur narrativamente remoto) di una possibile alienazione mentale a cui potrebbe essere soggetta la ragazzina ed entro cui potrebbe farsi trascinare la madre: il secondo elemento a favore del racconto, infatti, è la relazione tra le due protagoniste e la natura ambivalente dei sentimenti della donna nei confronti della figlia. Pur amandola e provando nei suoi confronti un istintivo sentimento di protezione, talvolta sembra sopportarla a stento ed è a lei che, più o meno tacitamente, imputa le proprie frustrazioni e tristezze.

Tra i punti a sfavore, rientrano le apparizioni ultraterrene, desunte dalla tradizione locale (i jinn preislamici sono entità sovrannaturali che, in Occidente, conosciamo nella loro versione più positiva come “genii”), la cui “natura” e le cui modalità d’azione sono così aleatorie da sfiorare una casualità quasi puerile: l’idea che essi agiscano in un contesto afflitto dalla guerra è molto affascinante, ma questo aspetto è reso estremamente impalpabile da una specie di indecisione narrativa di Anvari che accenna ad un concorso demoniaco nella caduta del missile sul condominio, ma il peso di tale interessante dettaglio si smarrisee ben presto.
Ricorrenti artifici studiati a tavolino per far sobbalzare lo spettatore (es. la bambina nascosta sotto il letto che afferra la caviglia della madre, spiriti fruscianti che si muovono a velocità accelerata, ecc.) e l’uso ricorrente e pedissequo dell’alternanza sogno-realtà depauperano il film dei suoi propositi positivi, appiattendone gli slanci originali.

Nel complesso godibile, vista anche la durata contenuta, ma non epifanico.

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