Recensione su Una giornata particolare

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11 aprile 2011

Il fatto che il delicato lirismo dell’inizio finisca per morire, violentato, strozzato, in un finale sin troppo prosaico, é, secondo me, il grande (e quasi unico) difetto di questo bel film di Scola.
La prima parte, in effetti, ha in sé una bellezza rara; l’incontro casuale (a causa, se non ricordo male, di un uccello fuggito dalla gabbia) dei due protagonisti (Giorgio e Antonietta) in un deserto quartiere popolare della capitale (tutti gli altri, infatti, sono in strada per accogliere, con canti fascisti e braccia alzate, Hitler) ha il sapore di un primo appuntamento romantico tra ragazzi.
Lei, madre di famiglia numerosa, devota al Duce, sembra sperimentare (per la prima volta) i sentimenti di una giovinetta alle prese con il primo amore: c’è un tenero, malcelato imbarazzo nelle sue azioni, dovuto, in parte, ad un senso di inadeguatezza per una crudele povertà materiale (impossibile dimenticare la scena nella quale la Loren si sistema la calza per coprire buchi e smagliature) e, in parte, all’ammirazione dell’essere semplice (quale essa è) per quello che riconosce come diverso, per non dire superiore (l’aspetto distinto di lui, la sua cultura, ne fanno qualcosa di profondamente diverso da quello che lei aveva sempre conosciuto; Gabriele, intellettuale omosessuale, non ha proprio nulla a che spartire con il rozzo e animalesco marito di lei).
Tutto il loro rapporto (un rapporto “pressato” da una parte dal tempo e dall’altra dalla natura), a ben vedere, è destinato a ricalcare la parabola classica del rapporto amoroso: alla conoscenza seguono l’intesa (inevitabile tra due outsiders come loro, diversi eppure simili nella loro insofferenza ad un modello esistenziale non solo propagandato ma imposto da un regime onnipresente), il divertimento (la scena in cui Giorgio tenta di insegnare alcuni passi di danza ad Antonietta), la condivisione; vengono poi il conflitto, la “passione”, il forzato ed inevitabile distacco.
Il contenuto simbolico, male mistificato dentro una narrazione lineare, finisce per trasfigurare una storia normale in qualcosa di complesso ed irreale (ma, forse, basta la disperazione, personale e storica, a spiegare il comportamento dei due: non c’è nulla di più umano, in fondo, del desiderio di lasciare delle tracce dietro di sé).
Una garanzia il sodalizio Loren-Mastroianni, oramai consolidato.
Fotografia efficace.

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