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Recensione su Una calibro 20 per lo specialista

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L’efficace dualismo di Cimino / 28 settembre 2015 in Una calibro 20 per lo specialista

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Esordio di Cimino col botto.
Pur peccando di una certa prolissità, il primo lungometraggio del cineasta newyorkese è un lavoro tecnicamente maturo, forte di una fotografia mirabile e di un cast di mestieranti di lusso, da George Kennedy, a Geoffrey Lewis, fino al mitico Clint, qui quantomai limpidamente roccioso.

In apparenza, si tratta di un road movie mascolino e testosteronico, scanzonato se rapportato ai toni dei successivi lavori di Cimino.
Si tratta, invece, di un film dalla doppia anima, la cui dualità ben si esplica nel personaggio di Lightfoot-Caribù, interpretato da un giovane ma estremamente convincente Jeff Bridges: il finale tragico e crepuscolare del film, strettamente connesso al destino di Caribù, convive in piena luce con la solarità dei toni della prima parte della pellicola e, fisicamente, con la straniante luce avvolgente della sequenza conclusiva.
Caribù, forte della sua bellezza e della sua giovinezza, abituato a vivere la vita come viene, conquistando donne e uomini con un sorriso, solito spendere soldi (se ne ha), infischiandosene del fatto che la loro provenienza sia lecita o meno, muore senza una ragione precisa, senza scopo, come uno dei tanti coetanei mandati al macello nelle guerre combattute dagli Stati Uniti, come quella coeva del Vietnam.

Se vogliamo, Una calibro 20… (titolo italiano quantomai inutilmente “maschio”, scelto forse per via della presenza di Eastwood, sull’onda del secondo capitolo della saga dell’Ispettore Callaghan) è una ballata triste dedicata a quella fetta di gioventù americana sacrificata sull’altare dell’inutilità: è la fine di tutti i sogni, benché Caribù, salendo a bordo della Cadillac bianca acquistata da Doherty, abbia visto il proprio avverarsi.
Doherty è il padre (putativo) che deve sopravvivere alla morte del figlio: dopo essere già sopravvissuto come soldato (e come figlio) alla guerra di Corea, diventando una sorta di antieroe pluridecorato da uno Stato di cui non rispetta più alcun simbolo (dal predicatore al poliziotto), Doherty è costretto a proseguire sulla propria strada con un nuovo strazio interiore, intento ad aggiungere un nuovo tassello al proprio cinismo.

Cimino maschera solo apparentemente la propria disillusione con una finta gaiezza. Il contrasto tra la violenza priva di giustificazioni e la bellezza dei paesaggi naturali mozzafiato, quella delle belle ragazze incontrate dai protagonisti lungo la strada e quella della sincera ed immediata amicizia tra Caribù e Doherty è decisamente doloroso.

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