Recensione su Un tranquillo weekend di paura

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Into The Wild… / 7 ottobre 2014 in Un tranquillo weekend di paura

A volte, forse molto, troppo spesso, il genere umano per così dire civilizzato, istruito, “acculturato”, pecca un pò di presunzione, credendosi invincibile e naturalmente predisposto ad affrontare qualunque tipo di peripezia, magari solo per voglia di evasione o per un più primordiale bisogno di ritorno alle proprie origini o, perchè no, solo per un banale capriccio dettato dai troppi ‘confort’ della società borghese, sovrastrutture se vogliamo, che tendono così a defalcare quelle varianti ed imprevisti di sorta che la natura, al proprio strato brado, non sottrae proprio a nessuno. In “Deliverance” di John Boorman, storia di quattro amici di città intenzionati ad immergersi in un weekend ‘selvaggio’ a contatto con un mondo a loro per lo più sconosciuto con lo scopo di risalire in canoa il fiume Cahulawassee, prima che tutta la zona venga stravolta dalla costruzione di una diga, si parla in un certo qual modo proprio di ciò, dell’arroganza e della spavalderia dell’uomo occidentale, ormai del tutto inconsapevole, ignaro della dirompente forza della natura, silenziosa e magnifica ma in grado, quando vuole, di imporre la sua inequivocabile forza. I quattro amici, tutti estremamente diversi tra loro, abbiamo il leader sfrontato e carismatico fin troppo sicuro di sè, il quadrato e posato padre di famiglia, il mite e accondiscenente cittadino rispettoso delle regole e il classico gretto e superifciale panciuto che ti immagineresti con una birra in mano a guardare una partita di football, non sono altro che il riflesso di un’America ormai iconscia ed addormentata, una proiezione ben definita di una società benestante e votata al consumismo. I quattro si possono definire, in linea di massima, dei bravi individui, chi più chi meno, sprovveduti certo, ma infondo, infondo anche arroganti ed erroneamente consci della loro superiorità verso chiunque, in special modo verso quei pochi abitanti della valle, culturalmente arretrati e diciamolo pure tutt’altro che inclini al dialogo.
Ciò che era partito come un “divertissement”, un pò diverso dal solito, si trasformerà in breve tempo e per una serie di sfortunati eventi in un incubo terrificante, nel quale natura e genere umano si incontreranno e scontreranno in un crescendo di tensione e violenza insaspettate. Le correnti del fiume che si riveleranno più ostiche e meno gestibili di quanto i nostri immaginassero e l’ostilità dei burberi e violenti campagnoli, che sfocerà nella famigerta sequenza di violenza omosessuale ai danni di uno dei quattro, saranno gli elementi che imprigioneranno i protagonisti e li obbligheranno a scendere a quelle condizioni primordiali e, se vogliamo bestiali, imposte da una natura, in questo caso, spietata. La loro posizione cambia così drasticamente dall’incipt del film, il loro comportamento muterà e si adatterà, non senza sofferenze, alla crudeltà degli avvenimenti, sempre più estremi, facendo prevalere il cosiddetto istinto di sopravvivenza e dimostrando loro quanto tutto ciò risulti ingovernabile.
C’è tanto in questo film, dai rapporti umani di due società e classi sociali agli antipodi, al rapporto interno dei quattro amici, non più davanti ad una birra e ad un televisore a colori, bensì dinnanzi a delle insormntabili difficoltà che faranno emergere il loro lato oscuro ed allo sesso tempo li farà, forse, riflettere su quanto il loro essere “civilizzati” li abbia irrecuperabilmente distanziati dal mondo reale e di quanto piccoli siano quando contrapposti alla violenza di quel terribile ma affascinante insieme di elementi chiamato natura.
Messo in scena in modo impeccabile con una fotografia a tratti fredda, a tratti oscura e minacciosa “Deliverance” è un film impressionante e dirompente che si avvale di una regia lineare, asciutta e funzionale e di un cast azzeccatissimo, ottimamente amalgamato, composto dal qui ancora arizillo ‘schiantatope’ Burt Reynolds, leader carismatico del gruppo, il bravo e risoluto Jon Voight, il panciuto Ned Beatty e l’affidabile Ronny Cox. Un’opera indimenticabile ed indimenticata, anche per via di alcune memorabii sequenze, una su tutte il mitico duello chitarra/banjo e benissimo invecchiata, ancora carica di significato e di valore artistico, poichè il messaggio che lancia, intrattenendo splendidamente, è potente, universale e trascende il tempo che scorre, quasi quanto le acque del fiume Cahulawassee.

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