Recensione su Un tram che si chiama desiderio

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Tigri in amore / 22 Febbraio 2016 in Un tram che si chiama desiderio

Complice anche una minuscola ma non casuale battuta di Brando (I soliti gatti… Meooow!), per tutta la durata del film, mi è parso di assistere ad un’ininterrotta baruffa violenta tra randagi: stessa ferina tensione tra i corpi, identici scoppi d’isteria, un’assurda promiscuità in cui gli unici confini sono rappresentati dai propri corpi, simile fascinosa illogicità nelle interazioni fisiche tra i personaggi, le cui membra sembrano costantemente percorse da elettricità, al punto che ogni minimo contatto tra esse genera reazioni esasperate. Non ci sono abbracci, ma spasmodici avvinghiamenti, con unghie infilate nella carne, abiti puntualmente strappati. I personaggi non conoscono requie, mentale e fisica: essi preferiscono il perenne tormento delle membra ad una pausa, della psiche e delle carni, come se la loro pelle bruciasse costantemente, come se i loro neuroni fossero connessi ad una dinamo.

Il film di Kazan è un melodramma cinematografico in cui si incrociano sesso e morte come non credo di averne mai visti, neppure pellicole torbide e torride come Il postino suona sempre due volte mi hanno mai suggerito la stessa potenza emotiva: la tensione erotica che muove la pellicola di Kazan, derivata dal soggetto teatrale di Tennessee Williams, è fondante e palpabile fin dal primo incontro tra Blanche e Kowalski, in cui un impercettibile sfioramento tra una mano di lei ed un braccio di lui sospende il tempo in maniera indefinita.
La nevrosi dei volti e dei corpi esaspera e conquista lo spettatore e, in questo, il lavoro mimico della Leigh è impareggiabile: l’affettazione di Blanche messa in scena dall’attrice inglese, il cui volto viene scandagliato con perizia maniacale ed implacabile da Kazan, è quanto di più doloroso e straniante ci si possa aspettare da un personaggio così estremo.
Brando è un simulacro di muscoli e, come direbbe Blanche, di primitività, epicentro e fulcro della citata tensione sessuale, in grado di generare contemporaneamente attrazione e repulsione, con il suo gretto materialismo ed i guizzi maledetti degli occhi. Mentre la aggredisce, Kowalski si rivolge a Blanche chiamandola “tigre”, ma è lui la fiera indomata che balza al collo della vittima, dopo essere stata a lungo in agguato.

Classicone.

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