Recensione su Il profeta

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30 marzo 2011

ottimo, radicale.
Il titolo italiano è veramente fuorviante il regista ha ragione, Malik è solo “un” profeta. Dal passato oscuro, ma aiutato sicuramente dalla sua solitudine, Malik si fa in carcere, dove cresce, impara, si costruisce attraverso quello che il carcere gli mette a disposizione: violenza, sopraffazione, razzismo, furbizia, sfruttamento.
La parabola del protagonista è una parabola perfetta della società esterna, solo molto enfatizzata dal microcosmo carcerario, in cui si diventa cosa ci costringono ad essere, non ciò che siamo per natura: Malik tenta 2 volte di rifiutarsi di diventare ciò che il carcere gli impone, po,i per la legge della sopravvivenza, impara. E impara in maniera mirabolante.
Molto bella l’idea del fantasma del suo primo omicidio che lo accompagna fino alla soglia della maturità da criminale per lasciarlo solo a se stesso, ormai perfettamente costruito.
Molto bella l’idea della scuola, Malik impara a leggere e a scrivere e sa benissimo che il suo essere senza una etnia precisa di appartenenza ( è arabo, ma non si riconosce negli arabi, non è religioso) lo agevolerà, così sfrutta la scuola per imparare le lingue degli altri, perchè la lingua e sì appartenenza, ma è anche strumento flessibile e, a volte, scoglio insormontabile (più volte saranno le lingue a salvarlo o a consentirgli di “fregare” gli altri),è quindi risorsa inesauribile (e continua il discorso sul francese scritto, per cui i tempi coniugati sono buffi, nessuno li usa, ma bisogna conoscerli, stesso discorso è fatto ne La classe, dove i ragazzi ce l’hanno con il passato prossimo che nessuno usa).

In un gioco di violenza puro, di alleanze e amicizie di sangue, Malik stravolgerà le gerarchie criminali del carcere in un percorso che vive come obbligato all’inizio, poi come scelta perfetta.

E’ un film senza femminile ovviamente, l’unica presenza è la moglie dell’amico, totalmente all’oscuro da tutto ciò che le si agita intorno, incredibilmente cieca nell’ultima, bellissima sequenza dell’uscita dal carcere.

Strabiliante, per chi non ne è avezzo, l’iter burocratico e legale del carcere, quell’andare e venire da giudici che acconsentono alla libertà condizionata a giornate di Malik, quello stampare e redigere fogliettini certificativi per entrare e uscire dal carcere: un rito che si autocelebra e si rinnova, ma che è completamente vuoto al suo interno

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