Recensione su Un giorno devi andare

/ 20136.463 voti

17 Aprile 2013

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

In sintesi, Banana Joe, solo che c’è Jasmine Trinca al posto di Bud S.
Più per esteso: il terzo film di Diritti, uno che aveva girato un film d’esordio talmente bello (Il vento fa il suo giro) che i successivi li vo a vedere a scatola chiusa. Ehm, il secondo l’ho bucato, ma giuro non ho idea del perché :/
Comunque, come fosse una docu-fiction su Jasmine Trinca in Brasile, e il Superlavoratore al cinema con me, che se ne frega del Brasile ma ADORA Jasmine, soprattutto se gira scalza e scollacciata, era più che contento.
C’è Jasmine Trinca che, povera, si chiama Augusta, e sta ad andare su e giù per il Rio Negro insieme a una specie di missionaria cattolica, Suor Franca, che gira distribuendo agli indios aiuto e santini, galline e religione. Si capisce che Augusta, che non parla per i primi un-sacco-di minuti, ha perso un figlio, è sterile, abbandonata dal marito, e non può più averne (no mariti, figli!). Non che ci creda, ma segue Suor Franca fin dalla Val di Non, in cerca di sé stessa. Non si trova con Dio, cerca, lo dice, di trovarsi con la Terra. Immagini splendide del fiume infinito e maestoso, potenza della natura and so on. Molla la suora e si trasferisce in una favela, una comunità su palefitte ai margini di una città e di un fiume di acqua e immondizia. Qui tutti sono sorridenti e poveri, e qui trova un senso alla vita. La sofferenza ritorna quando gli speculatori cattivi cercano, con ogni mezzo, di spaccare la comunità. Augusta risale il fiume, un po’ Robinson un po’ Tenebra di Cuore e, sola con la natura, si cerca. Fondamentalmente, e di nuovo, si troverà infine nel sorriso di bambino.
Scorrono, in parallelo ma un passo indietro, le vicende della di Augusta mamma che non sa parlare italiano, e dell’insopportabile nonna, rimaste in Trentino, in un mondo freddo e triste, di case vuote e vecchi e convenzioni e ospedali, che esalta il contrasto con la vita “vera”, ricercata e apparentemente sulle palafitte trovata, dalla protagonista.
Al di là della cura formale delle immagini, aiutata dal fatto che ca**o, è l’Amazzonia, lì anche fare una foto brutta sarebbe difficile, due le qualità principali: da un lato questo fortissimo senso della comunità, che finora sottende tutti i film del regista (il secondo non lo so, ma ho letto:Pc’è anche lì). Persone con vite povere ma che sanno essere felici nonostante, come e più di noi che ricchi e blabla. Per fortuna verso la fine c’è qualcuno di cattivo, in quella comunità, o sarebbero stati tutti pefffetti, e dicono in continuazione “obrigado”. Il migliore è il tipo che, armato di microfono e divano, dal suo soggiorno è “la voce delle palafitte”, e fa la telecronaca degli incontri di calcio sul campetto della favela, con tanto di specchi mobili per vedere tutto il campo.
E dall’altro la capacità di snidare i sentimenti nascosti dei protagonisti, dapprima nascosti sotto sotto quintali di sensi di colpa e domande, personaggi che si trovano in situazioni in cui pochi gesti, uno sguardo o un cenno, vengono a significare tantissimo, con tutto il carico emozionale che ne consegue, sia per sé che per gli altri, e questi gesti stanno apprendendo, piano piano, a farli propri.

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