Recensione su Notte sulla città

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Dead Man Walking / 11 Aprile 2012 in Notte sulla città

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

“Gli unici sentimenti che un uomo abbia mai potuto ispirare a un poliziotto sono l’ambiguità e la derisione…”
(François-Eugène Vidocq)

Un anno prima di salutare per sempre questo mondo, Jean-Pierre Melville, conosciuto all’anagrafe come Jean-Pierre Grumbach, scrive e dirige un grande film, “Un flic”, che va a costituire l’ultimo tassello di una filmografia (che conta tredici lungometraggi più un corto, “Vingt-quatre heures de la vie d’un clown”) preziosa come poche altre, ricca com’è di capolavori (“Bob le flambeur”, “Le doulos”, “L’armée des ombres”, “Le cercle rouge”, “Le deuxième souffle”, “Le Samourai”, giusto per citare i più noti).
Simon è titolare di un night club. La sua donna, Cathy, ha una relazione con un commissario, Edouard Coleman. Simon sa che la sua compagna lo tradisce con un altro uomo, ma non gliene importa molto. A lui interessano soprattutto i soldi. Assieme a tre complici, Louis Costa, Marc Albouis e Paul Weber, Simon arriva in una piccola cittadina, Saint-Jean-de-Monts, per rapinare una banca.
Il colpo è previsto nel tardo pomeriggio, quando Coleman, che presta servizio a Parigi, inizia il suo turno.
I quattro uomini si recano all’istituto di credito a bordo di una macchina nera. Le strade sono deserte, in giro non c’è anima viva, a parte un gabbiano che vola solitario nel firmamento disegnando traiettorie perfette.
Mentre i ladri aspettano il momento giusto per entrare in azione, le onde del mare si infrangono sugli scogli producendo un rumore assordante.
Il cielo è grigio e minaccia pioggia. Per dirla con le parole di Neil Young, “guarda il cielo, sta per piovere”. E infatti, come previsto, comincia a diluviare. L’acqua viene giù come Dio la manda. Si alza anche il vento, che sibila sempre più furiosamente. “Vento idiota” diceva Bob Dylan “che soffia ogni volta che muovi la bocca / Che soffia sulle strade che portano a sud / Vento idiota, che soffia ogni volta che muovi i denti”.
Simon, Paul e Marc, uno alla volta, scendono dall’automobile ed entrano nella banca. Louis, invece, rimane al volante, pronto a partire come un razzo quando i suoi compari usciranno con i soldi. Dopo essersi finti normali clienti, Simon, Paul e Marc si coprono il volto, impugnano le armi e danno il via alle danze. “Questa è una rapina! Nessuno si muova!”
Un impiegato, credendosi John Wayne, fa scattare l’allarme, si sdraia dietro il bancone, afferra una pistola e fa fuoco contro Marc, che si becca una pallottola in corpo. Ciò non impedisce la riuscita del colpo, al termine del quale i furfanti si dirigono alla stazione, dove comprano tre biglietti per Parigi, sperando che la polizia creda che loro siano scappati con il treno.
Marc, intanto, sta sempre più male. “Tra un’ora avrò in corpo meno sangue di un pollo” così dice ai suoi amici prima di finire all’ospedale, dove trova la morte per mano di Cathy, che, dietro ordine di Simon, per evitare che spifferi tutto alle forze dell’ordine, lo manda all’altro mondo con un’iniezione letale.
Addio, Marc, ci rivediamo in un’altra vita. Forse. Coleman, frattanto, grazie alla soffiata ricevuta dal suo informatore, un trans che lavora nel locale di Simon, viene a sapere che un carico di droga sarà trasportato da un corriere, Mathieu, soprannominato “La Valigia”, su un treno in partenza da Parigi con destinazione Lisbona.
Quella merce fa gola a Simon, Paul e Louis, che non sono paghi della somma raggranellata con la rapina.
Mentre il convoglio è in corsa tra Bordeaux e la frontiera spagnola, Simon si fa calare da un elicottero pilotato da Louis ed entra nel vagone dove si trova Mathieu.
Prima di procedere al furto, Simon si reca in bagno per togliersi la tuta, sotto la quale indossa un’impeccabile vestaglia; poi, fingendo di essere un passeggero, si avvia verso la cabina di Mathieu, apre la porta facendo scattare la serratura con una calamita, stende il corriere con un colpo alla testa e gli sottrae le valigie in cui è nascosta la droga.
Dopodiché, come se niente fosse, Simon ritorna in bagno, si rimette la tuta, esce dalla carrozza e risale sull’elicottero con la mercanzia, eseguendo il tutto con una celerità impressionante.
Coleman, che sperava di stroncare il traffico delle sostanze stupefacenti, rimane fregato, ma nonostante il fallimento dell’operazione antidroga da lui coordinata, non si dà per vinto e continua ad indagare.
In un’eventuale classifica dei film più sottovalutati della Storia del Cinema, “Un flic” dovrebbe occupare uno dei primi dieci posti. A spingerlo così in alto sono i giudizi di coloro che tendono a sminuirne il valore, come Paolo Mereghetti e Morando Morandini. Per il primo “è evidente la stanchezza dell’autore”, mentre per il secondo “narra una storia poco avvincente, si aggrappa a temi e a personaggi risaputi, espone situazioni senza nerbo”.
Con tutto il rispetto per Mereghetti e Morandini, non siamo d’accordo con i loro pareri, perché riteniamo che questo film abbia poco da invidiare ai titoli più celebrati del maestro francese.
Basterebbero le magnifiche sequenze della rapina in banca (con le immagini dell’arrivo dei ladri che scorrono alternate ai titoli di testa; ottimo il montaggio di Patricia Nény) e del furto della droga sul treno in movimento (in questa scena, però, si vede chiaramente che sono stati usati dei modellini per le riprese in campo lungo) per considerare “Un flic” un film eccellente.
I suoi meriti, comunque, non si esauriscono nelle straordinarie scene appena citate; anche il resto della pellicola, infatti, vola alto.
Coleman (un bravissimo Alain Delon, alla sua terza collaborazione con Melville) è un poliziotto manesco e violento che svolge il suo incarico di tutore della legge con la stessa meccanicità di un operaio addetto alla catena di montaggio.
Basta guardarlo in faccia, Coleman, per rendersi conto di quanto sia annoiato dalla routine quotidiana del suo lavoro. Capiamo che egli è stanco e nauseato sin dall’inizio, quando si presenta così allo spettatore: “Ogni pomeriggio, alla stessa ora, cominciava il mio giro dalla discesa degli Champs Elysées. Il mio compito quotidiano iniziava al calar della sera, ma era molto più tardi, quando la città dormiva, che potevo veramente effettuarlo”.
Con quell’aria perennemente assente, più che a un funzionario della polizia, Coleman assomiglia a un morto vivente che di notte gira per le strade di Parigi dando la caccia ai criminali come un vampiro che va in cerca di vittime a cui succhiare il sangue necessario al suo nutrimento.
Neanche la relazione con Cathy (una Catherine Deneuve bella da levare il fiato) riesce a svegliarlo dal profondo sonno esistenziale in cui è sprofondato. Coleman ha imboccato una pericolosa spirale negativa che lo sta portando sempre più a fondo. La sua strada, ormai, è senza ritorno.
Melville, come sempre, lavora di sottrazione: i dialoghi sono ridotti all’osso (perché è vero, come sosteneva Nanni Moretti in “Palombella rossa”, che “le parole sono importanti”, ma qui non conta quello che si dice, conta quello che si fa) e l’azione concentrata in poche ed essenziali scene.
Ne esce un poliziesco esemplare, ambientato in una Parigi vuota e spenta (fotografata con maestria da Walter Wottitz) che fa da specchio alla vita del protagonista, che rifiuta ogni forma di spettacolarità, come dimostra lo splendido finale, girato con un’asciuttezza encomiabile, dove la resa dei conti tra Coleman e Simon (un convincente Richard Crenna, dieci anni prima di interpretare il ruolo del colonnello Samuel Trautman in “Rambo” di Ted Kotcheff) viene liquidata velocemente, con il primo che uccide il secondo con “un colpo solo” davanti agli occhi di Cathy.
Indimenticabile lo sguardo silenzioso che Alain Delon e Catherine Deneuve si scambiano alla fine. La dolente colonna sonora porta la firma di Michel Colombier. Amaro, disilluso, cinico, malinconico: Melville, al passo d’addio, strappa ancora applausi.

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