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Recensione su Racconto di Natale

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3 giugno 2011

Il film ha una sua eleganza e una sua magia, una malattia genetica che traccia la storia di una famiglia dall’impianto molto matriarcale, dove sono le donne, forti, agguerrite, fredde, che tirano le fila delle vite di tutti. La famiglia è allargata, includiamo almeno un cugino, sempre perchè la morte la colpisce e la scolpisce, tutti sono toccati dalla morte. La malattia la avvolge anche cul versante psichiatrico, ma è all’interno della stessa famiglia che il figlio più piccolo si salva, guarisce per un patto di fratellanza e grazie a una donna, così si cerca la medesima soluzione anche per l’ultimo rampollo attaccato dalla schizzofrenia, come se l’origine del male ne contenga anche una soluzione, forse.
Mi è piaciuta l’ambientazione, l’idea dei fratellini non gemelli, ma scambiati, non riconosciuti dallo zio, la freddezza della madre e il rapporto aperto, diretto e fascinoso fra la pecora nera e l’amante. Ho trovato banale però la scelta alla Tannenbaum della presunta eccezionalità di quasi tutti, come se l’aspirazione artistica corresse nelle loro vene e ne tracciasse la diversità, l’incompatibilità con il mondo reale, una scorciatoia troppo semplicistica. Mi sembra anche irrisolta la storia della Mastroianni che placa il dolore del cugino con l’approcazione tacita del marito, come se, appunto, in famiglia tutto fosse permesso, condiviso.

nota: la Deneuve quando ha concepito la Mastroianni doveva essere distratta, perchè lei è, sempre di più, la copia perfetta di suo padre, implacabile, incredibile, sembra di rivedere Marcello sorridere dallo schermo.

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