Recensione su Ultimatum alla Terra

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Ancora apprezzabile / 26 Settembre 2019 in Ultimatum alla Terra

In un genere come la fantascienza settanta anni sono un abisso: sensibilità differenti, cognizioni scientifiche differenti, mezzi economici e tecnici differenti. Eppure Ultimatum alla Terra, dopo quasi settant’anni, conserva una sua freschezza che lo rende ancor oggi apprezzabile. Come mai? La ragione principale, credo, sta nell’essenzialità del film: non c’è nessuna ricerca di effettacci, non ci sono mostri spaventosi o avventure improbabili; la trama è lineare, gli effetti speciali ridotti al minimo. L’economia dei mezzi, paradossalmente, rende la vicenda più realistica – tranne per il robot Gort, che inevitabilmente appare un poco posticcio – e così l’avvertimento che dà il nome originale al film, The Day the Earth Stood Still, riesce ancora a strappare un piccolo brivido allo spettatore. Anche l’interno dell’astronave, così minimalistico, è un buon esempio di estetica modernista, mentre per l’esterno fu addirittura consultato Frank Lloyd Wright.

L’altro motivo della vitalità del film è probabilmente l’interpretazione di Michael Rennie (Klaatu), con il suo atteggiamento composto, sereno, ma anche supremamente sicuro di sé, spesso ironico, talvolta minaccioso, talvolta affettuoso. Un amalgama riuscitissimo e originale. Non male neanche la prestazione di Patricia Neal (Helen Benson), che concede qualcosa agli stereotipi femminili dell’epoca, ma che in generale ci restituisce il ritratto di una donna autonoma e determinata.

Il film non manca comunque di qualche problema: le autorità a quanto pare non hanno una foto di Klaatu, e nemmeno di un suo identikit da diffondere tra la popolazione, benché l’abbiano avuto in custodia per un certo tempo; gli ovvi paralleli con la vicenda di Cristo (morte, resurrezione, ascensione al cielo, nonché il nome Carpenter, “carpentiere”) lasciano oggi un po’ freddini, come pure il riferimento molto pio all’Onnipossente (“the Almighty Spirit”), a quanto pare imposto da un comitato di censori.

Non so bene cosa pensare invece di una particolarità del film: la disinvoltura con cui le autorità (a parte un soldato impaurito) trattano all’inizio il visitatore alieno. I militari gli si avvicinano senza troppe esitazioni, pur dopo l’intervento distruttivo del robot, e anche il Segretario di Stato ostenta un atteggiamento molto sicuro. L’aspetto umano di Klaatu agevola la cosa; ma qual è la ragione principale? Un ideale virile all’epoca ancora molto vivo, che impediva di mostrare paura? Il tentativo di sottolineare come, in accordo con la trama, la minaccia interplanetaria sia costituita in primo luogo dai terrestri? Mi piacerebbe saperlo.

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