Recensione su Two Years at Sea

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8 Febbraio 2014

Two years at sea.
Ben Rivers.

Sangue, tortura, filo spinato
Pira funebre dei politicanti
Innocenti stuprati col fuoco del napalm
21st century schizoid man.

Il XXI secolo è il secolo dell’uomo folle, dell’uomo alienato. L’unica alternativa alla quotidianità massacrante, alla routine stressante, sembra quella di vivere isolati, ritirarsi nel silenzio.
Non una fuga tanto ricercata dalla generazione “Into the wild” bensì l’abbracciare la via contemplativa. Scegliere la solitudine, la contemplazione come Zarathustra.. senza l’impronta Nietzschiana.
E’ questo quello che succede al protagonista de
Two years at sea, il quale rinuncia alla vita mondana e ai piaceri per vivere distante.
Distante da tutto, dall’uomo, dall’oriente, dall’occidente.

Two years at sea è un film solenne, ruotante attorno a Jake e la sua esistenza. L’esistenza del protagonista ha del religioso ed il regista la ripercorre in lungo e in largo.
L’enigmatico protagonista, somigliante ad un santone e ad un naufrago, che si esilia volontariamente nelle foreste scozzesi, si rivela essere una figura analizzata già in un precedente lavoro chiamato “This Is My Land”.
Jake Williams è solo.

No, Jake Williams è solitario.
E’ una differenza neanche troppo sottile come neanche troppo sottile è la differenza fra il corto “This is my land” e il film “Two years at sea”, quest’ultimo l’ho trovato più pesante, distruttivo.
Forse perché in This is my land ci si concentra sull’umanità di Jake, invece in Two years at sea il regista si focalizza sulla piccolezza di un uomo rapportata alla grandezza dell’ambiente circostante. Vedendolo, lo spettatore rimane colpito. Il risultato finale è d’impatto.
Diversa è la tecnica usata rispetto ai primi lavori del regista. Assente è la sovrapposizione delle immagini come in “The hyrcynium wood” (https://www.youtube.com/watch?v=2Gs5M92-rts), pur ritornando l’ambiente.
Una natura inquietante e solo a tratti antropizzata.
In “The hyrcynium wood” viene mostrato un’ambiente senza privo dell’elemento umano.
Jake Williams, invece, si inserisce nell’ambiente. E’ nell’ Aberdeenshire che, sfruttando le risorse naturali, elabora uno stile di vita contrapposto a quello dell’ occidentale medio.
Non solo, ha sviluppato un senso del tempo e dello spazio completamente diverso ma, attenzione, nel voler esser distante dalla società allo stesso tempo scende ad un piccolo compromesso. Se da un lato sono le risorse naturali a contribuire alla sua sopravvivenza, dall’altro la sua abitazione (una sporca roulotte) e molti oggetti personali nonché mezzi derivano dalla modernità. Il film a tratti è documentaristico, nel suo essere documentario si allontana dal genere andando a toccare altri campi.
Si allontana dal documentario e ad un suo lavoro che solo a tratti mi ha colpito: “Origin Of The Species”(https://www.youtube.com/watch?v=D6-8Qn8YQN8). Two years at sea è un’opera potente ed ha un unico grande contro, non è una pellicola per tutti, è una pellicola che si prende i suoi tempi e i suoi spazi. E’ una carrellata di paesaggi inquietanti e cupi, un film nel quale i colori (il bianco e nero) aiutano lo spettatore a condividere lo stato d’animo del protagonista.
Non ho scritto queste ultime tre frasi tanto per, non le ho scritte nemmeno per lasciare intendere che se uno vede una pellicola di Ben Rivers è più profondo o migliore di chi ne può fare a meno. Ho scritto il “contro” per dare una dimensione completa al film a tutela di chi non vuole vedere una pellicola di questo tipo.. Ha una tempistica corrispondente alla visione dello spazio e del tempo propria del protagonista.
Un personaggio nato dall’incrocio dell’ uomo con la terra.

A Jake non viene offerta una seconda vita.
Jake conquista una seconda vita.
Jake diventa l’ambiente che lo circonda

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