Recensione su Tutti giù per terra

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27 ottobre 2014

Vent’anni fa era tutto diverso.
Vent’anni fa era tutto uguale.
Essere italiani era ed è una palla.

Fra Ovosodo e Paz! c’è sicuramente l’opera Tutti giù per terra: manifesto di un’Italia in peggioramento, nella quale il decadimento politico e morale è avviato. Grottesco e cinico, il film in questione ha come protagonista un giovane come me, un giovane come te simpatico testa di ca**o che hai messo mi-piace alla 21st.

Si, esatto uno come noi: il nostro ha la presunzione, ma se vogliamo è più una consapevolezza, di essere migliore della maggior parte delle persone che incontra per strada. E’ sfiduciato, ha fortissime paure, pensa che tutti vogliano fregarlo o rovinargli l’esistenza. Secondo il nostro, solo una categoria sta messa peggio di lui: i commessi.

D’altro canto è vero che lui cerca di fregarli a modo suo. Come? Bè, il nostro è libero.
Capite ? La libertà. Libero!
Libero nel senso che non ha un ca**o da fare e di conseguenza sta male. Tutti giù per terra si pone così fra il tragico ed il demenziale, una comicità sottile ed amara, in una Torino di libri rubati, di esami non sostenuti, con un unico grande protagonista, individuo simbolo di una generazione che non ha più dei punti di riferimento.

Ragazzi miei, il momento è grave, “..no dico nella misura in cui il prezzo delle ova ha toccato vertici da capoggiro fagocitando l’inflazione secondo la logica alienante del consumismo, a monte nascono tutta una serie di problemi gravissimi. Se te voi compra’ n’ovo bisogna che prima’ te trovi ‘n socio così uno se magna il rosso uno se beve la chiara e diventa un problema de massa e la massa cos’è? La massa è una marea de ggente la massa sono tanti, il problema diventa sociale dall’ovo se fa presto ad arriva’ alla guera atomica. Ma tu te rendi conto a Gabrie’ che pericolo de gnente?”
Queste erano le parole di Gigi Proietti in “Febbre da cavallo” e contestualizzandole si sposano abbastanza bene con i sentimenti del nostro. L’unica differenza è che il personaggio interpretato da Proietti non credeva in quello che diceva, qui il giovinastro vive queste parole sulle sue spalle. Per l’appunto Walter Verra, figlio di un operaio, disoccupato, obiettore di coscienza, iscritto alla facoltà di filosofia per inerzia, vergine, vive un problema sociale ed identitario. Non sa chi è, non sa chi sarà, non sa cosa farà. Esperto ne “l’arte di arrangiarsi”, passa la sua esistenza nella completa apatia, il personaggio interpretato da Mastrandrea si fa portavoce del malessere di una generazione, un malessere che, in modo schietto, deriva dal non fare un ca**o.

Anche dopo aver ricevuto la convocazione per il servizio civile, finisce in un centro di assistenza
per Rom ed Extracomunitari. Questa sarà solo una fase, neanche qui si sente utile. A volte è semplicemente così, a volte si fallisce e basta.

Ottima la colonna sonora targata CCCP, leggera la regia, brillanti i dialoghi, l’opera divenne celebre più per i cammei della Littizzetto o di Vladimir Luxuria che per i contenuti. Alla 21st però ce ne freghiamo dei cammei e ci dedichiamo ai contenuti, piacevoli ed amari allo stesso tempo. Vedendo l’opera pungente, forse un pizzico stereotipata ma mai esagerata, ci si può demoralizzare oppure si possono tirare fuori gli attributi perché, siore e siori miei, la situazione è una me**a. Bisogna lavorare e bisogna lavorare meglio dei nostri predecessori.

DonMax

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