Recensione su Tron

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1 febbraio 2017

Fatte le dovute distinzioni, e valutato anche le diverse valenze artistiche dei due film, si può tranquillamente affermare che dopo Blade Runner, Tron, di Steven Lisberger (1982) è uno dei primissimi esempi di cyberpunk cinematografico.
Il termine del titolo, Tron, è la contrazione della parola inglese Electron. L’importanza, spesso sottovalutata, di quest’opera è data, più che dalla storia di chiara matrice disneyana (e la Disney è effettivamente la produttrice del film), dal fatto che per la prima volta al cinema appaiono intere sequenze girate con tecniche computerizzate. Gli attori recitarono per gran parte del film in ambienti bui e scenografie inesistenti, con indosso tute bianche, per poter poi integrare il girato con le immagini generate al computer. La tecnica è ormai usuale oggi, ma nel 1982 era una novità quasi assoluta.
L’idea di partenza, la vita all’interno di un mondo virtuale informatico, il terzo ambiente della fantascienza dopo lo spazio siderale e la Terra futuribile, non ha avuto un seguito immediato, almeno nel cinema. Nella letteratura invece sfocia, come detto, nella corrente cyberpunk, dove la realtà virtuale, insieme ad altri elementi come la cibernetica, l’ibridazione, la rete globale, gli innesti uomo/macchina, è una delle caratteristiche strutturali del sottogenere. Al cinema bisognerà aspettare gli anni novanta perché l’argomento sia ulteriormente approfondito. Programmi sotto forma di esseri umani si vedranno solo nel 1999 con Matrix.

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