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Recensione su Tristana: Una passione morbosa

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Tristana: la bilancia di Buñuel / 1 aprile 2015 in Tristana: Una passione morbosa

L’ambivalenza è regina: in un film dove tutto è il contrario di tutto e ogni personaggio nasconde o esibisce almeno un paio di aspetti della propria personalità, il tema dell’opposizione è quello dominante.
In particolare, emblematica e fondante, è fondamentale l’antitetica specularità esistente tra i personaggi di Don Lope e Tristana: come se fossero appoggiati sui piatti di una bilancia, essi sembrano partire da una condizione di equità che si spariglia e si ribalta col trascorrere del tempo, quando, cioè, dapprima si impongono e poi si invertono i ruoli di vittima e carnefice.

Nonostante l’impianto melodrammatico della storia, Tristana è un thriller psicologico particolarmente morboso che trasuda erotismo sovente deviato, in cui niente, davvero niente, viene mostrato in maniera esplicita (anche i baci sono sempre occultati, in qualche maniera), ma che tratta di grandi perversioni, dalla seduzione di giovinette, alla connivenza clericale e non, al voyeurismo, all’attrazione per creature portatrici di handicap.
Il tono del racconto raggiunge parossismi macabri verso il finale, quando l’odio crescente di Tristana per Lope diventa fisico, oltre che repulsivo (altra dualità), e si traduce nel martellamento continuo delle sue stampelle sul pavimento della vecchia casa, cadenzato, onnipresente, punitivo sia nei confronti del vecchio che dei suoi ipocriti ospiti.

La Deneuve, decisamente poco plausibile nei panni di Tristana adolescente, con tanto di corpose trecce, acquista spessore e luciferina credibilità (è una santa diabolica, letteralmente) dal momento in cui il suo personaggio inizia ad accanirsi su Lope: bella, come un esercito schierato in battaglia (cit.), ha sul volto tracce di trucco pressoché permanente (ombretto violaceo, phard acceso, rossetto vibrante) che ne accentua i tratti e la lucida e tagliente follia dello sguardo.

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