Recensione su Transcendence

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Sceneggiatura inetta / 16 Novembre 2017 in Transcendence

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Rappresentare l’onnipotenza in un’opera d’arte è un compito impegnativo: come elaborare una storia non scontata quando uno dei protagonisti può fare letteralmente di tutto (o quasi)? Il compito diventa impossibile in mano a uno sceneggiatore talmente inetto da rivelare in apertura come andrà a finire il film – come succede, ahimè, in Transcendence. Il protagonista – un cereo Johnny Depp – si fonde con un’intelligenza artificiale, acquistando poteri semi-divini; ma ha serie difficoltà a comprendere gli stati mentali della moglie. Sarà perché i computer sono poco portati ad avere e comprendere le emozioni? No, perché alla fine ci viene rivelato che anche nella sua nuova condizione Will Caster ha continuato ad amare devotamente la moglie e a esaudirne i desideri (e ti credo: è Rebecca Hall). Tanto amore però non gli impedisce alla fine di sacrificare la consorte, se stesso e il benessere dell’umanità, solo perché una terrorista (cui Caster, pur essendo praticamente onniveggente, dedica ben poca attenzione per tutto il film) minaccia di ammazzargli un amico che l’ha tradito. Ma Caster non poteva far finta di cedere al ricatto, manovrando in modo opportuno i propri succubi? O far risuscitare l’amico traditore? Parrebbe di no, per qualche motivo che rimane ignoto. E si potrebbe continuare a lungo. L’onnipotenza di Caster è assai relativa; la pochezza di questo film, invece, è assoluta.

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