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Recensione su Trainspotting

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You make me forget myself / 26 gennaio 2016 in Trainspotting

Puoi parlare dei monologhi se ti va. Puoi palare della sceneggiatura se ti va. Puoi elogiare la colonna sonora se ti va. Puoi parlare della fotografia se ti va. E anche del montaggio.
Puoi parlare degli attori. Dei personaggi. Delle scelte stilistiche. Puoi persino criticarlo quanto ti pare.
Puoi dire che è apologetico riguardo all’eroina. Che è un eterno susseguirsi di me**a e vomito. Puoi persino dire che non ha senso. che ci sono delle fasi che non coincidono nell’intreccio. E che il libro era superiore, e che è stato stravolto, se lo hai letto.
E di certo qualcuno che ha visto Edimburgo avrà come me pensato “ma quella non è Edimburgo” (perché in gran parte è girato a Glasgow).
Puoi dire quello che ti pare di Trainspotting. Che non è all’altezza delle aspettative. Che crea troppe aspettative. Che è un cult immeritatamente.
E non so dire se c’è del merito o se è stato un terno al lotto.
E tutto si può dire tranne che è perfetto.
Perché è al di là della perfezione come la intendiamo noi, è al di là di quello che si potrebbe definire un capolavoro.
E’ una specie di versione cinematografica di Iggy Pop. Non è un eroe e non finge di esserlo. Non è un ribelle, non ti incita a buttare giù un muro. Il muro lo ha già buttato giù ed è tornato per raccontarti cosa ha visto.

2 commenti

  1. Stefania / 26 gennaio 2016

    Sarà che sono una fan di Iggy Pop e del film di Boyle e che, quindi, sono più che di parte, ma trovo azzeccatissima la frase finale della recensione: “è una specie di versione cinematografica di Iggy Pop. Non è un eroe e non finge di esserlo. Non è un ribelle, non ti incita a buttare giù un muro. Il muro lo ha già buttato giù ed è tornato per raccontarti cosa ha visto”. Lov lov lov.

  2. Alicia / 27 gennaio 2016

    In realtà non sapevo se inserire questa frase come citazione, perché questa metafora l’ho letta su un libro di Massimo Cotto, sotto la brave biografia di Iggy Pop.

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