Recensione su Trainspotting

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Elogio di Ewan McGregor e del suo impeccabile stile. / 14 marzo 2011 in Trainspotting

Questa “cosa” la scrissi nell’ottobre del 2003, pensate un po’.

(…)
Mr. Ewan Gordon Mc G. dà il meglio di sè in “Trainspotting”.
In una scena.
In una sola scena.
Anzi, in un respiro.
In un unico, irripetibile, orgasmico, lancinante, vivifico refolo organico.

E non parlo di quello rantolato sul letto di Diane.
La sequenza degli eventi è presto detta.
Gli inferi si aprono sul pavimento della Madre Superiora ed una moquette sanguigna inghiotte Mark Renton, in giacca e cravatta. Dopotutto, Spud era stato appena incarcerato, e Sick Boy -ghignante- gli aveva sussurrato, dal basso dei capelli ammoniacati: “Scegli la vita!”.
Così, mentre si chiude il Giorno Perfetto di un certo Lou, Rent rotola giù da un tassì. E le cortine rosso sangue, sempre più alte, sempre più spugnose, sempre più cupe, sempre più materne, lo accompagnano ad un passo dallo schioppo.
È un’altra spada, pulita e fredda, bagnata di una goccia di anestetico stavolta, a rimetterlo in vita, a inchiodarlo su un lettino scozzese.
Le cortine si abbassano, come un sipario spezzato. M. R. ritorna fra noi: un guizzo dei muscoli del collo, uno spasmo delle reni, una contrattura innaturale delle vertebre, avambracci in tensione, labbra livide come il marmo della sua lapide, ed eccolo, quel respiro: strozzato e gorgogliante. Ripetuto, ripetuto, ripetuto. E squassante.
Il petto quasi glabro non lo sostiene, sembra spaccarsi, mare in tempesta, zattera alla mercè della risacca. La gola risucchia metri cubi d’aria in pochi secondi, gli occhi implorano verità, la fronte luccica pallida.

Credo, sei secondi di pellicola, in tutto.
Ma valgono, da soli, l’intero film.

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