One Toy Show / 1 Luglio 2019 in Toy Story 4

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Toy Story 3 (2010) sembrava aver chiuso più che degnamente la saga Disney Pixar di Toy Story con un film emotivamente perfetto e concettualmente maturo.
Ma niente è certo e impossibile, nel mondo dei giocattoli Pixar. Così, trovando uno spiraglio narrativo nella piccola Bonnie, la bambina a cui Andy ha consegnato alcuni dei giocattoli a cui era più affezionato, John Lasseter, Andrew Stanton e il resto degli sceneggiatori del film si sono cimentati un un quarto capitolo della serie animata.

Toy Story 4 inizia più o meno dove finiva il terzo film: i giocattoli di Bonnie e Andy (tra cui, ovviamente, ci sono anche Woody e Buzz Lightyear) convivono, adeguandosi alla fantasia della bambina, che si diverte in maniera un po’ differente da Andy. Woody non è tra i suoi giochi prediletti, ma è sempre il capoccia del gruppo di Andy e ha a cuore la serenità della bambina.
Però, abituato com’è all’affetto di Andy, Woody non è in grado di concepire che un giocattolo possa essere felice senza un bambino che si diverte con lui.
Ancora una volta, poi, il coraggio e l’intelligenza di Woody vengono messi alla prova da un giocattolo che non capisce di essere tale. Dopo aver fatto capire a Buzz che non è un vero astronauta (1995) e aver dato alla cowgirl Jessie la fiducia necessaria per affezionarsi ancora a un bambino (1999), in questa occasione lo sceriffo Woody deve spiegare a Forky, un giocattolo creato da Bonnie con scarti trovati nella spazzatura, quali sono i compiti di un balocco fidato.
Nel frattempo, ritrova la pastorella di ceramica Bo-Peep, di cui, da anni, si erano perse le tracce, finisce tra le grinfie di Gabby Gabby, una bambola d’epoca servita e riverita da inquietanti pupazzi da ventriloquo, e svolazza qui e là, tra un camper, un negozio di antiquariato e un luna park.

Azione e ritmo a livelli altissimi, grandiosa resa tecnica ed estetica, una storia congegnata per lasciare ancora una volta il pubblico con un groppo in gola grande come un Pizza Planet.
Ma stavolta, con me, non attacca, belli. Perché, anche per una fan di Toy Story affezionata come me, il troppo stroppia e mi duole ammettere di essere rimasta abbastanza delusa da una delle poche saghe cinematografiche che, finora, non mi avevano mai fatto sbuffare.

Ho percepito almeno un paio di “problemi”, a partire dalla sovrabbondanza di personaggi: è una di quelle situazioni all stars, in cui, pur di lasciare spazio a tutti, non c’è spazio (quasi) per nessuno.
Come se non bastassero i giocattoli di Bonnie/Andy, in questa storia entrano tanti altri nuovi personaggi: i pupazzi Ducky e Bunny (correttamente fuori di testa, come i bambini di “Capitan Mutanda” doppiati, nella versione originale, dalle stesse voci, Keegan-Michael Key e il regista e sceneggiatore premio Oscar Jordan Peele), la Polly Pocket poliziotta amica di Bo-Peep, la stessa Bo-Peep in versione Furiosa à la Mad Max (con tanto di braccio amputato), lo stuntman Duke Caboom (lo scemo del villaggio che sostituisce il Ken del terzo episodio, insomma), la bambola assassina (o quasi…) sono un surplus che riduce ai minimi storici il contributo di altri personaggi più rodati e meglio caratterizzati.
L’imprescindibile Buzz, per esempio, è diventato un personaggio accessorio (qui, un po’ troppo tontolone, a dirla tutta, anche se il concetto di coscienza applicato ai giocattoli è intrigante). Tra i comprimari, Mrs. Potato dice una sola battuta (strillando… e non è che il marito abbia molto più spazio), il mitico dinosauro Rex è pura isteria.

La new entry Forky, poi, è particolarmente impalpabile, non solo per la sua natura effimera (è sempre sul punto di… scomporsi) e per la sua estetica (sgradevole quanto può essere quella di un giocattolo realizzato con gli scarti), comunque perfettamente inquadrata nel gioco narrativo (Forky è “brutto”, ma per Bonnie è bellissimo e prezioso, perché la bambina lo vede con gli occhi della fantasia e del cuore: Forky le ha dato sollievo in un momento in cui si sentiva perduta e le è inconsciamente grata). In teoria, dovrebbe essere facile ritrovarsi in Bonnie, perché credo che tutti, durante l’infanzia, abbiano avuto uno o più oggetti che, pur non essendo esattamente dei giocattoli, si sono rivelati i propri balocchi/antistress preferiti, quelli da cui è impossibile separarsi. Un fazzoletto, il cucchiaio della pappa, una coperta – Linus insegna…
Eppure l’affezione di Bonnie per Forky è no-io-sa. In questo frangente, Toy Story 4 vorrebbe titillare ancora nel pubblico (in particolare, in quello adulto) il ricordo di un giocattolo amato nonostante tutto e tutti, ma il gioco della madeleine, stavolta, secondo me non funziona. Perché Forky è oggettivamente povero (di contenuti, di novità, di carattere…).

Un’altra mia perplessità su Toy Story 4 è legata al fatto che Woody è il perno di tutto lo sviluppo narrativo. I suoi gesti coraggiosi ma “sconsiderati”, l’impegno dimostrato per spiegare a vari giocattoli il loro ruolo, il tentativo di comprendere il carattere di Bonnie… Qui non ho ritrovato quel senso di “comunità” che ha fatto la fortuna della saga e che, finora, pur avendo avuto in Woody e Buzz i suoi protagonisti, rendeva il racconto decisamente corale. Non che qui manchino le azioni di gruppo, ma… Woody è il one man (anzi, toy!) show che fa tutto, da cui dipende tutto e che sposta nettamente il baricentro del film, sbilanciandolo.
Il woodycentrismo di Toy Story 4 deflagra nel finale che, questa volta più che mai, lascia aperta la strada a un nuovo sequel (anzi, almeno a due, in questo caso).
Vista l’ipertrofia di questo capitolo, mi auguro solo che, se mai la Disney Pixar volesse insistere ancora su questa saga con un nuovo film (e spero che non lo faccia), potrebbe approfittarne per “sfoltire” il cast e riequilibrare il racconto.

Se vi va, guardate i titoli di coda diToy Story 4 fino alla fine. C’è un ricordo semplicissimo ma necessario di Fabrizio Frizzi (Angelo Maggi ce l’ha messa tutta nel doppiare Woody e non far rimpiangere Frizzi*) e una brevissima (simpatica ma non fondamentale) ulteriore sequenza con Duke Caboom.

*Probabilmente, mi sbaglio, ma, guardando il film, mi è parso che, a un certo punto, sia stato usato un campione della sua voce. Non ricordo la scena, so solo che Woody grida e…

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