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Recensione su L'altro volto della speranza

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Finlandia bifronte / 9 maggio 2017 in L'altro volto della speranza

Si tratta del primo lavoro di Kaurismaki che mi lascia uno strano retrogusto in bocca, più che altro per via del finale aperto che non credo di essere stata in grado di interpretare.
Dopo l’insolita trasferta francese di Miracolo a Le Havre, Aki è tornato in patria, continuando a raccontare storie di fuga, integrazione, (in)tolleranza, pigiando (volutamente) meno il pedale “favolistico”.

Certo è che, anche questa volta, al cineasta finlandese devo riconoscere un grande merito: nell’imperturbabilità dei suoi personaggi e nella monoespressività dei suoi attori, è sempre possibile cogliere ciò che è necessario, ciò che è indispensabile, ovvero – paradossalmente- l’emozione in senso lato (affetto, paura, odio, ecc.).
Pur maschere, i personaggi di Kaurismaki sanno essere emozionanti, empatici, partecipi. Kaurismaki sembra avere sempre fiducia nell’uomo, soprattutto nel piccolo, nell’ultimo: è in fondo alla fila, ci dice, che si trova l’umanità più scacciata ma più solidale.
La civilissima, ordinatissima, linearissima Finlandia (metafora di una società più ampia, non solo in senso geografico) sembra non farsi remore nel mostrare le sue incongruenze, rappresentate da uno Stato efficiente, ma -giocoforza- freddo e burocratizzato e da sacche di beceri intolleranti come i neonazi del Finland Liberation Army.
Sono le sue unità, i suoi singoli elementi, a darle un altro volto, quello della speranza, appunto.

1 commento

  1. Lombafoca / 29 maggio 2017

    Condivido lo strano retrogusto che lascia il film, e mi chiedo se possa riprodurre il paradosso in cui si trova incatenato un richiedente asilo:
    per essere accettato devi sperare che le tue ferite siano più profonde, laceranti, e debilitanti della maggior parte dei tuoi compagni di sventura. E raccontarle col sorriso sulle labbra.

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