7 Recensioni su

To the Wonder

/ 20125.791 voti

Insopportabile. / 16 Febbraio 2016 in To the Wonder

E, stavolta anche esteticamente, meno fascinoso di The Tree of Life.

29 Gennaio 2014 in To the Wonder

Il linguaggio impressionistico di Malick diventa ridondante davanti ad attori poliglotti che cercano sterilmente di recapitare un messaggio universale costellato di brevi insegnamenti e aforismi pasticciati e nebulosi. La catarsi naturale e sincera di The Tree Of Life, qui semi inesistente, è sepolta da personaggi oscuri e meccanici e da una sceneggiatura impenetrabile, che sfocia nella noia e nell’insofferenza.

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13 Novembre 2013 in To the Wonder

L’ultimo lavoro di Malick mi ha annoiato. The tree of Life veicolava un messaggio diverso e sebbene procedesse in maniera piuttosto simile a questo To the wonder aveva un suo senso e un suo significato. Questo no.
La storia d’amore tra i due protagonisti (Ben Affleck stavolta non si può proprio vedere…e pensare che non ha una battuta da pronunciare) si svolge banalmente e procedere infilando una serie di clichè piatti e usurati.
La sensazione è che Malick abbia voluto proporre un altro film (tralaltro a pochissima distanza dal precedente, una sorta di record per un uomo che ha diretto 5 film in 40 anni) girato con la stessa modalità di The tree of Life. Anche in questo caso sembra che parte della storia affondi le radici nel personale ma stavolta l’esito è diverso: non colpisce, non aggiunge nulla, non incanta e non si rinnova. Il personaggio di Bardem, che dovrebbe avere un peso e uno spessore ben maggiori viene tratteggiato banalmente, le sue motivazioni sembrano davvero futili.
Il meccanismo scricchiola ad ogni inquadratura e la bellezza della natura rischia di diventare solo un’immagine da cartolina se non adeguatamente sostanziata. L’amore che ci ama è Dio, questo era già emerso in the Tree of Life: riproporre lo stesso concetto in una storiella d’amore da commediucola non è più sufficiente.

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30 Settembre 2013 in To the Wonder

La magia di Malick si ripete film dopo film. To The Wonder è il racconto frammentario, volubile e concreto di un amore. Se l’amore era parte di un più grande disegno in TTOL, qui quel pezzettino importante viene ampliato ed esplorato al modo di Malick e cioè con la capacità sopraffina di rendere piena di grazia ogni immagine, ogni gesto, la violenza e l’amore, la natura e la civiltà umana.
Più concreto rispetto ad altri suoi film, contemporaneo e in fondo dalla trama semplice, è un carosello di vissuti e immagini toccanti, intime e esteticamente appaganti; il film di Malick va in definitiva vissuto allo stesso modo in cui Marina si immerge nella piscina dove scrive sull’acqua parole non dette ( e la bellezza di questa sequenza è indimenticabile).
Olga Kurylenko danza sinuosa per la maggior parte della pellicola e insieme alla marea di Mont Saint-Michel rappresenta il balletto d’amore dei protagonisti: lei, lui-Ben Affleck ( in questi casi perfetto per i ruoli introversi e rigidi) e l’altra, Rachel McAdmas, che inquadrata e diretta da Malick perde quel profilo da american blondie e splende di rosso vestita in un campo di grano. Di contorno e poi più intrecciata è la storia di Padre Quintana- Javier Bardem, che ritrova forse la fede nell’atto concreto e non nei dogmi recitati da un altare. Amore-fede in in flusso di coscienza cadenzato da rari dialoghi che lasciano spazio ad un racconto più carnale del solito, sensuale, ancora una volta debitore ad una natura co-protagonista fotografa magnificamente e concluso sottilmente, con l’immagine-simbolo del ciclo di vita dei protagonisti.
Opera meno “epica” di The Tree of Life, ma non meno intensa nel suo spazio circoscritto.

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10 Luglio 2013 in To the Wonder

Son contro all’indagine su se stessi perpetuata senza sviluppo. Il cinema di Malick è un cinema dell’immagine, decostruttivo se vogliamo, con sintassi completamente estranee alla Hollywood conosciuta. Nonostante questo, il regista qui compie evoluzioni che sembrano perdere di profondità e introspezione. Lo si può notare subito da un particolare: la donna. La donna in The Tree of Life, rappresentata dalla Chastain, ha una bellezza introflessa, pacata e intima. Di tutt’altro avviso sono, in questo film e per scelta del regista, Olga Kurylenko e Rachel McAdams, bellissime si, ma invadenti, esplicite, mai nascoste. Questo modo di essere sembra trasferibile all’intera pellicola, che poco approfondisce e regala risposte mute di immagini che non hanno l’effetto trasognato e trasognante del film precedente. Parliamoci chiaro: il confronto tra le due pellicole ultime di Malick è d’obbligo e se nella precedente la domanda era la creazione del tutto, e il viaggio era di una profondità e poesia spiazzante, il tema di questo ultimo è l’amore, e già di per se si cade in terreni in cui porsene una domanda è cosa sproporzionata, che può apparire ridicola, come in alcune scene, peraltro di vecchia fattura, di svolazzante carisma. L’opera risulta intrisa di soggettivismo che non dovrebbe essere sottoposto a giudizio, cosa impossibile se ci si crea un film sopra. Saranno i pochi affini a beneficiarne.

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21 Aprile 2013 in To the Wonder

Legato a doppio filo a The Tree Of Life per tematiche e stile, è probabilmente la classica opera minore nella filmografia di uno dei più grandi registi di sempre. Non ha l’importanza del film precedente ma comunque poetico e ogni sequenza una meraviglia per gli occhi dello spettatore.

Malick è pronto per gli spot dei profumi / 21 Aprile 2013 in To the Wonder

Questo è un film in cui tutto vola, ondeggia, volteggia, danza, si inarca, gira. Gira la cinepresa, girano il venticello, le foglioline, gli uccellini. Ma più di tutto girano gli zebedei degli spettatori inermi.
Avete presente le pubblicità dei profumi? Sì, quelle rigorosamente in bianco e nero, col bel tenebroso e la bella irraggiungibile, nudi dalla cintola in su, con indosso solo un paio di jeans, bagnati fino ai capelli, che si strusciano languidamente e si procurano profonde abrasioni cutanee su degli anonimi scogli? Ecco, prendete uno di questi spot, aggiungeteci il colore, moltiplicate la sua durata per 200 volte e otterrete To The Wonder. Credo che lo spot che più assomiglia a questa pellicola si possa rintracciare in quella pacchianata di Chanel con Brad Pitt (non a caso attore in The Tree Of Life dello stesso Malick) che, tirato di tutto punto per nascondere l’incipiente calvizie, pronuncia con voce afona frasi sconclusionate ma dal vago sapore aulico che si potrebbero riassumere così: “Comprate sto profumo se volete invecchiare bene come me.” Non so voi, ma ogni volta che lo passavano in tv io ridevo come un pirla, era qualcosa di davvero ridicolo. Anche To The Wonder è pieno zeppo di voci fuori campo che sentenziano frasi nominali sulla vita, l’amore, il cosmo e che, a giudicare dallo stato avanzato di raucedine, appartengono con ogni probabilità a fumatori accaniti che hanno appena subito una tracheotomia.
Il paragone con l’ambiente pubblicitario non è casuale. La sensazione che si ha durante tutto il film è che Malick non si limiti a mostrare delle cose da cui lo spettatore dovrebbe trarre delle emozioni, ma che si sbracci, si prodighi fino all’esaurimento per convincerci, per venderci delle emozioni a tutti i costi. “Ehi voi, non vedete quanto è bello tutto questo? Non vedete che ho ripreso 50 volte in 10 minuti la luce del sole che filtra tra gli alberi? Non vedete quanto grano mosso dal vento? E senza neanche un bagarozzo che vi si incastra nei capelli! E vogliamo parlare del fatto che ho ripreso metà delle scene all’alba, al tramonto e all’imbrunire aspettando l’esatto istante in cui tutto sembrasse fottutamente maggico? E tutto sto dolore, sti morti di fame, sti ciechi, sordi, muti, handicappati? Voi non potete… voi dovete emozionarvi! Dovete provare qualcosa!” No, Terrence, io non provo niente. Non è che hai esagerato?
Di che parla il film? Beh, essenzialmente è un travagliato rapporto di coppia con brevi intrusioni di terzi incomodi. C’è lui, la mora e la bionda. Insomma, il festival di Sanremo. Prima si amano, poi si odiano, poi si amano, poi si odiano, poi si apprezzano. Il tizio è Ben Affleck, attore notorio per la fissità della sua espressione e che, dopo Colin Farrell in The New World, comincia a far dubitare del talento di Malick nello scegliere attori che sappiano convogliare tutte quelle emozioni cosmiche che lui vorrebbe far trasparire dallo schermo. Comunque, Affleck è una specie di tecnico che va in giro a fare rilevamenti in zone residenziali dei bassi fondi che sono state contaminate da chissà quale schifezza industriale. In realtà lavora molto poco… per lo più passa il tempo alternandosi tra la mora e la bionda, le quali (la mora in particolare) vengono dipinte come niente più che delle bambinette nemmeno troppo intelligenti. Tutti insieme ridono, vagano nei prati, fanno giochetti idioti, limonano, si toccano come adolescenti infoiati, diventano tristi. La macchina da presa gioca voyeuristicamente con loro. Se loro danzano, lei danza. Se loro si toccano, lei sonda le loro epidermidi. Se si rotolano nel guano, lei si inzacchera senza pudore. Ma soprattutto li inquadra spesso e volentieri dal basso verso l’alto, perché loro sono i belli e perfetti protagonisti del nostro spot mentre tu, spettatore, sei un cesso e non un cesso qualunque, no, un cesso di autogrill. Solo loro possono ambire ad avere una vita da Mulino Bianco, passando intere giornate a fare la guerra coi cuscini mentre degustano latte e Gocciole, e se per pura sfiga dovessero soffrire, anche la loro sofferenza sarà più figa della tua. Inclusi nel prezzo bimbetti vari che fanno sempre colore. Ah già, quasi dimenticavo padre Bardem, un prete che vacilla nella sua fede e cerca dio perché il mondo è cattivo, la gente soffre bla bla bla. E qui si vede lontano un miglio che Malick non è, e mai sarà, Ingmar Bergman, così come non sarà mai Tarkovskij. Questo è forse uno degli aspetti più fastidiosi del film, ovvero la pretesa non solo di sucitare chissà quali emozioni attraverso artificiosi cliché visivi pseudopoetici, ridotti ormai all’autoparodia, che l’autore ci propina almeno da 15 anni, ma addirittura voler elevare a metafisica tutto questo con riflessioni sulla vita, sull’amore, sulla bellezza, sul dolore, che si riducono a stucchevoli, banali, forzate, strasentite domande retoriche dal marcato gusto cristiano/panteistico.
Siccome sono magnanimo, ho la verità in tasca e avete già impiegato diverso tempo per leggere quest’inutile recensione, ho deciso di risparmiarvi la visione del film fornendovi le risposte a queste annose domande che tormentano il buon Terrence e che, se non fosse per me, potreste trovare scritte solamente sull’etichetta dell’ultimo parfume de Christian Dior alla modica cifra di millanta euri.

1) Da dove viene la bellezza del mondo? Da nessuna parte, il mondo non è bello di per sè, viene percepito come tale dall’animo umano che ricava piacere dall’armonia delle proporzioni e dalle regolarità che esso astrae da una realtà più complessa.
2) Perché dio permette l’esistenza del male e all’uomo di soffrire? Dio non esiste, bene e male sono categorie umane, la natura funziona in modo utilitaristico ovvero seguendo un ordine/disordine che è autoconservativo.
3) “Da dove viene questo amore che ci ama?” F*ck you, Terrence.

In conclusione: La Sottile Linea Rossa è un gran bel film. Ma purtroppo questa recensione parla di To The Wonder, che è un film pretenzioso, vuoto e involontariamente comico, tanto più arrogante quanto pretende di veicolare temi ed emozioni attraverso trucchetti estetici banali. Non date retta a chi vi dirà che, se non siete rimasti colpiti nel profondo da questo film, siete degli automi senza cuore: probabilmente si tratta di gente che si commuove ascoltando i neomelodici partenopei e si fa tatuare gli aforismi di Jim Morrison sui glutei.
A Malick non resta che dedicare le parole del vate: this movie is a piece of shit and you, my friend, are an asshole.

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