Recensione su Vivere e morire a Los Angeles

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Cambiare pelle per sopravvivere a L.A. / 17 ottobre 2015 in Vivere e morire a Los Angeles

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Cosa significa, letteralmente, “vivere e morire a L.A.”? Significa cambiare pelle, baby.
Inaspettatamente divertente: Mastro Friedkin prende un plot tipicamente noir e lo trasforma in un poliziesco grottesco e tiratissimo, essenziale, maschio ed asciutto.
In questo senso, il tono del film viene supportato da un’accurata declinazione quasi bislacca di taluni dettagli d’ambiente (mi vengono in mente il capo della polizia distrattamente paterno, una comparsa degna delle donnine di Russ Meyer nella scena della palestra, lingerie femminili aggressive, l’incredibile inseguimento in auto, pistole di dimensioni degne del Far West, la stessa colonna sonora originale, pacchiana e sintetica).
E, colpo di scena, il protagonista muore improvvisamente. Ma solo per lasciare spazio ad un’evoluzione davvero inaspettata del suo “gemello”, fino ad allora incolore, soprattutto a livello attoriale (John Pankow, chi è costui? Mi è sconosciuto, benché abbia visto diversi film in cui figura).
Chance sopravvive nel suo collega superstite, come una sorta di possessione, di “tocco del male”: il labile confine tra legalità e malaffare, tra senso della giustizia e corruzione si sfuma ulteriormente.

Nota personale: sarà un caso ed io devo essermi lasciata suggestionare, ma il ‘Killer Joe’ Cooper di McConaughey sembra una sorta di Chance (Petersen) cresciuto. I suoi atteggiamenti machisti, il modo di muoversi, perfino gli abiti (quegli stivaletti texani, per quanto comuni…) di Chance ritorneranno nel film del 2011. E vogliamo parlare della passione per le minacce attuate con l’ausilio di cose infilate in bocca (là fusi di pollo fritto, qui la canna di una pistola) ?

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