Recensione su Il buio oltre la siepe

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Una memorabile lezione di civiltà / 31 Marzo 2013 in Il buio oltre la siepe

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

“I vicini portano da mangiare quando muore qualcuno, portano dei fiori quando qualcuno è ammalato e altre piccole cose in altre occasioni. Boo era anche lui un nostro vicino, e ci aveva dato due pupazzi fatti col sapone, un orologio rotto con la catena, un coltello… e le nostre vite. Una volta Atticus mi aveva detto: “Non riuscirai mai a capire una persona se non cerchi di metterti nei suoi panni, se non cerchi di vedere le cose dal suo punto di vista”. Ebbene, io quella notte capii quello che voleva dire. Adesso che il buio non ci faceva più paura avremmo potuto oltrepassare la siepe che ci divideva dalla casa dei Radley e guardare la città e le cose dalla loro veranda. Accadde tutto in una notte: la notte più lunga, più terribile… e insieme la più bella di tutta la mia vita”.
Raccontato attraverso gli occhi di Scout (sono sue le parole sopra citate), che da adulta ripensa con tenerezza e nostalgia ad un periodo della sua infanzia che l’ha segnata profondamente, tanto da cambiarle la vita per sempre, “Il buio oltre la siepe” (1962) non è soltanto un bellissimo film. Oltre ad essere un grande esempio di cinema classico, infatti, questa pellicola è anche, se non soprattutto, una memorabile lezione di civiltà, che ci viene impartita da uno dei personaggi più belli, complessi e sfaccettati che la Settima Arte ci abbia mai regalato: Atticus Finch.
Atticus è un avvocato integerrimo e liberale che, negli anni Trenta, a Maycomb, in Alabama, si batte con tenacia contro il razzismo e le discriminazioni. Egli crede fermamente nell’uguaglianza degli esseri umani: perciò quando riceve l’incarico di difendere un uomo di colore, Tom Robinson, a torto accusato di aver violentato una ragazza bianca, Mayella Violet Ewell, figlia di un rozzo agricoltore, Robert Lee Ewell, Atticus si prodiga per dimostrare l’innocenza del suo assistito, sfidando in questo modo l’ostilità di coloro che, a causa di una mentalità retrograda, sono pronti a condannare Tom, nonostante sia innocente, solo perché è nero.
Mentre Atticus è impegnato nel suo lavoro, i suoi figli, Jean Louise “Scout” e Jeremy “Jem”, rispettivamente di sei e dieci anni, insieme ad un loro amico, Charles Baker “Dill” Harris, provano ad intrufolarsi nella casa in cui abita uno psicolabile, Arthur “Boo” Radley, che conduce un’esistenza ritirata e che tutti considerano pericoloso.
Introdotto dagli incantevoli titoli di testa firmati da Stephen Frankfurt, prodotto dal futuro regista di “Tutti gli uomini del Presidente” (1976), Alan J. Pakula, tratto dall’omonimo romanzo (premiato con il Pulitzer) di Harper Lee, ottimamente sceneggiato da Horton Foote e magnificamente diretto da Robert Mulligan, “Il buio oltre la siepe” è un film di alto impegno civile che ci insegna quanto sia importante avere rispetto per gli altri, soprattutto per chi ha la pelle di un colore diverso dalla nostra.
Con una sensibilità eccezionale, Mulligan riesce a coniugare il tema del razzismo che inquina la società con quello del difficile percorso di maturazione intrapreso da Scout e Jem, due bambini che hanno perso la loro madre in tenera età (al momento della morte della genitrice lei aveva due anni e lui sei) e che quindi debbono crescere senza una figura materna e, per di più, in un ambiente tutt’altro che idilliaco come quello dell’Alabama degli anni Trenta.
Il fulcro attorno al quale ruota l’intera vicenda è rappresentato da Atticus Finch, l’avvocato onesto e rispettabile che, coraggiosamente, difende e protegge un nero mettendosi contro i suoi compaesani razzisti (in una scena di grande intensità drammatica, Atticus evita – grazie anche all’intervento dei suoi figli – che Tom Robinson, mentre è rinchiuso in cella, venga linciato dalla folla), conquistando così la stima delle persone di colore, che vedono in lui un uomo leale e sincero di cui si possono fidare ciecamente (altra scena da ricordare: Atticus che esce dall’aula del tribunale con le persone di colore che al suo passaggio si alzano in piedi in segno di gratitudine; un momento struggente che non può non rimanere impresso nella memoria dello spettatore).
Grazie alla sua rettitudine, Atticus ottiene anche l’ammirazione dei suoi figli, che capiscono di aver trovato in lui un padre serio e responsabile su cui possono fare sicuro affidamento in una fase delicata della loro vita come quella dell’infanzia.
La parte più coinvolgente del film è quella finale, in cui Mulligan raggiunge vertici di assoluta poesia (impossibile non commuoversi quando Scout, con lo sguardo colmo di stupore e il cuore gonfio di emozione, scopre chi le ha salvato la vita), ma merita di essere menzionata anche l’arringa di Atticus, che smonta la tesi dell’accusa e, al tempo stesso, smaschera i pregiudizi razziali di cui sono imbevuti i cittadini di Maycomb.
“Per prima cosa, questo processo non doveva nemmeno essere fatto. L’accusa non ha prodotto nessuna, dico nessuna prova medica che il delitto a Tom Robinson ascritto sia stato commesso. Si è basata invece sulla deposizione di due testimoni, deposizioni che non solo sono state messe in serio dubbio dal mio controinterrogatorio, ma che sono state completamente smentite dall’accusato. Esistono inoltre degli indizi abbastanza precisi che Mayella Ewell sia stata picchiata selvaggiamente da qualcuno che ha usato quasi esclusivamente la sinistra, e Tom Robinson, che vedete davanti a voi, ha prestato giuramento con l’unica mano valida che possiede: la destra. Io sento solo della pietà nel mio cuore per la testimone dell’accusa. Ella è una vittima della povertà e dell’ignoranza, ma la mia pietà non arriva certo a permetterle di mettere a repentaglio la vita di un uomo, cosa che ha fatto per tentare di scagionarsi dalla sua colpa; e ho detto colpa, signori, perché è stato il senso di colpa a motivare il suo contegno. Ella non ha commesso delitti, ha semplicemente violato un rigido, severo e antico codice della nostra società, una regola così severa che chiunque la violi viene cacciato dalla nostra comunità come un cane rabbioso, e lei doveva distruggere la prova del suo errore. Ma qual era la prova di questo errore? Tom Robinson, un essere umano. Lei doveva fare in modo che Tom Robinson scomparisse. Tom Robinson era per lei un ricordo scottante di ciò che aveva fatto. Che cosa aveva fatto? Aveva adescato un negro. Lei, bianca, si era offerta a un negro. Aveva fatto qualcosa che nella nostra società è imperdonabile: aveva baciato un negro. Non un vecchio servo, ma un uomo negro giovane e forte. Aveva dimenticato quel codice nel farlo, ma immediatamente dopo ne sentì tutta la durezza. I testimoni dell’accusa, eccetto lo sceriffo della contea di Maycomb, sono venuti davanti a voi, signori, davanti a questa corte con la cinica sicurezza che nessuno avrebbe messo in dubbio le loro parole, fiduciosi che tutti voi li avreste… li avreste seguiti nel preconcetto, nel falso preconcetto, che tutti i negri mentono, che tutti i negri sono fondamentalmente degli immorali, che non bisogna mai fidarsi di lasciare un negro vicino a una donna bianca. Un preconcetto inevitabile nelle menti di quel calibro, e che è fondamentalmente falso, e sul quale non mi sembra necessario che io insista. E così, un povero, umile e rispettabile negro che ha avuto l’imperdonabile temerarietà di provare compassione per una donna bianca, deve cimentare la sua parola contro quella di due bianchi. L’accusato non è colpevole, ma qualcun altro in quest’aula lo è. Ora, signori, nel nostro Paese, i tribunali sono giusti e democratici, e nei tribunali tutti gli uomini sono considerati eguali. Io non penso di essere un idealista se credo fermamente nell’integrità dei nostri tribunali e dei nostri giurati. Non si tratta di un ideale, è una realtà vivente e operante, e ho fiducia che voi, signori, esaminerete senza preconcetti le testimonianze che avete udito, e darete un verdetto che restituisca quest’uomo alla famiglia. In nome di Dio, fate il vostro dovere. In nome di Dio, credete a Tom Robinson”.
A modesto parere di chi scrive, le parole sopra riportate dovrebbero essere scolpite nella pietra.
Gregory Peck, altrove attore monocorde, è straordinario nei panni di Atticus Finch, padre premuroso che protegge i propri figli dalle brutture del mondo nonché avvocato incorruttibile disposto a rischiare la propria incolumità fisica pur di svolgere il suo lavoro al meglio.
Senza alcun dubbio, Peck in questo caso regala l’interpretazione più convincente di tutta la sua carriera, meritatamente premiata con l’Oscar (oltre a quello per il Miglior Attore Protagonista, nel 1963 il film si aggiudicò anche quello per la Miglior Sceneggiatura Non Originale e quello per la Miglior Scenografia [Alexander Golitzen, Henry Bumstead e Oliver Emert], su un totale di otto nomination).
Il copione magistrale di Foote (che tratteggia i personaggi in modo impeccabile), la regia raffinata di Mulligan (qui ispirato come non mai), il cast eccellente (oltre al già citato Peck, offre una prova notevole anche l’esordiente Robert Duvall, in un ruolo secondario ma importante, quello di Arthur “Boo” Radley; ma pure Mary Badham e Phillip Alford, che interpretano rispettivamente Scout e Jem, sono bravissimi), la fotografia splendida di Russell Harlan (abile nel creare un’atmosfera magica) e la colonna sonora soave di Elmer Bernstein (che sottolinea con discrezione una storia ad alto tasso di drammaticità) fanno de “Il buio oltre la siepe” un’opera meravigliosa, intensa e toccante.
Un film da vedere e rivedere. Perché tutti quanti abbiamo qualcosa da imparare da un personaggio del calibro di Atticus Finch.

6 commenti

  1. Stefania / 31 Marzo 2013

    “Si alzi, signorina: sta passando suo padre”. Che film 🙂 Adoro Atticus Finch.

  2. schizoidman / 31 Marzo 2013

    La scena in cui il reverendo Sykes invita Scout ad alzarsi in piedi perché sta passando suo padre è bellissima, personalmente mi ha toccato il cuore. “Il buio oltre la siepe” è uno dei miei film preferiti, e Atticus Finch è un personaggio straordinario!

  3. yorick / 31 Marzo 2013

    Faccio la voce fuori dal coro, ma a me il film ha parecchio deluso. L’ho visto “in ritardo”, il romanzo ha segnato i miei anni di scuola media – letto & riletto, lo sbandieravo a chiunque e una mia compagna l’ha pure letto (un pezzo, poi l’ha annoiata e mi ha detto parole). Però recensire il film senza spendere parole su Harper Lee, anzi dando tutto il merito alla sceneggiatura, è imbarazzante.

  4. schizoidman / 31 Marzo 2013

    Purtroppo il libro di Harper Lee non l’ho mai letto, quindi non posso esprimere un giudizio su di esso. Cercherò di rimediare a questa mia lacuna quanto prima.

  5. schizoidman / 31 Marzo 2013

    Ah, dimenticavo: la vita è piena di cose imbarazzanti. Una in più non fa molta differenza.

    • yorick / 31 Marzo 2013

      Non intendevo offendere, anzi 😉

      Imbarazzante stava per “incredibile” nel senso di in-credibile, ma “incredibile” non avrebbe reso altrettanto.

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