Recensione su This Must Be the Place

/ 20117.3736 voti

19 Dicembre 2012

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Questo di andarlo a vedere era stato detto da tutti. A nessuno dei miei amici è piaciuto, le loro obiezioni le ho trovate a volte persino valide (più di quelle insulse, e rifiutate, che mi avevano fatte per The tree of life U_U). Sean Penn-Cheyenne, ex rockstar cinquantenne in disarmo, vive di noia una ricca e stramba vita a Dublino, con moglie e pochi amici. Deve andare in America dal padre morente anzi morto, da dove decide di continuare la caccia del suddetto padre a un nazista che lo aveva umiliato in campo di concentramento. Il film diventa un on the road negli spazi tanto-sconfinati-da-avere-l’orizzonte-curvo dell’America, con il relativo susseguirsi di incontri con personaggi più o meno strani.
Obiezione di Amica P.: ma possibile che per conquistare l’America i registi italiani debbano sempre tirare in mezzo l’Olocausto? (a questo punto aspettiamo Muccino, che faccia un bel film con Willy sull’Olocausto XD). E in effetti è vero, sticazzi, basta. Quindi la trama non muore di originalità, la caccia al gerarca nazi trasferitosi in America, ok. Va comunque registrato il netto spostamento di Sorrentino dai drammi precedenti a questa tragicommedia a suo modo picaresca, con un personaggio assurdo e iperappariscente che al tempo stesso vuole essere come è ma non farsi riconoscere in giro. Il tutto è smaccatamente SeanPenn-centrico (visto ovviamente in inglese perché noi siam ganzi), e quello ha dato un po’ fastidio a me, ma la scelta era deliberata e lui offre l’interpretazione mostruosa riuscendo a non far scadere mai nel grottesco questa specie di Eddie ScissorHands invecchiato. Stranamente la sceneggiatura è piacevole in superficie quanto banale nella sua ossatura, mi vien da dire ora, mumble. Centinaia di battute di lui sono irresistibili e da scrivere sulla Smemoranda, l’avessi mai avuta.
Le regie di Sorrentino invece mi piacciono sempre una cifra e anche due, e sono il valore aggiunto, dato che lo trovo l’unico regista italiano che si sbatta e riesca a pensare a delle soluzioni soprattutto visive e cinematografiche per mettere in scena quello che vuole esprimere. Cheyenne che fuma alla fine, dopo che all’inizio era stato detto qualcosa come “solo i bambini non provano a fumare”, per dimostrare che ora ha compiuto il percorso di formazione ed è cresciuto, scadeva un po’ nel didascalico. O forse mi hanno al solito fregato le aspettative, quando tutti ti dicono di un film che è bello bisognerebbe mettersi a urlare BLABLABLABLABLABLA!
Io comunque non ho mai provato a fumare, e quindi, accidentemente, tutto torna :/

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