24 Recensioni su

This Must Be the Place

/ 20117.2760 voti

Una perla di saggezza / 2 Luglio 2017 in This Must Be the Place

Sorrentino come al solito è difficile che riesca a deludere, e in This must be the Place si conferma essere un grande regista : Sceneggiatura stupenda, ritmo un po’ troppo lento, regia fantastica, storia stupenda e piena di significato, Sean Penn molto, molto bravo. Da vedere assolutamente

10 a Sorrentino / 26 Maggio 2015 in This Must Be the Place

Una regia magistrale di un Sorrentino al top! Fotografia, ambientazioni, storia e rimandi memorabili! Unico neo: l’affettata recitazione di Penn probabilmente aggravata dal doppiaggio. La gestione dell’intervento di David Byrne: un vero guizzo artistico!

7 a Sorrentino, 10 a Sean Penn. / 14 Gennaio 2015 in This Must Be the Place

Devo dire che questo film mi ha ricordato, per certi versi, il libro di di Clara Sanchez il profumo delle foglie di limone. Come il libro il corso della storia scorre lento, sul tema dell’Olocausto poi, non si può sbagliare. Con quel tema sicuramente Sorrentino è andato sul sicuro. La sua fantasia ha macinato interamente nella creazione di Cheyenne, palesemente ispirato a Robert Smith, che ho trovato stupendo. Sean Penn è incredibile c’è poco da dire su di lui, Sorrentino mi ha stupito in positivo, perché nonostante la lentezza, credo anche voluta del film, ha creato in me la suspance di voler sapere dove voleva andare a parare l’annoiato Cheyenne. Colpo basso sicuramente, se adori Robert Smith. Bello.

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9 Marzo 2014 in This Must Be the Place

“Hai davanti un altro viaggio e una città per cantare”

-Devo fare qualcosa ma non so cosa-
un uomo solo davanti all’abisso come si sente?
l’abisso di un essere,un Divo che una volta smuoveva le montagne e che ora non (in)canta più.
Parabola di una redenzione.
Dopo una vita passata nella gloria arriva la noia ,ed ecco l’idea geniale: tornare alle radici della propria infanzia, andando alla ricerca del bambino perduto, dimenticato nel buio dell’anima, sotto lo strato dell’uomo ,un trucco da pagliaccio per ingannare la realtà.

Elaborando un percorso artistico fatto di luci e ombre si fa finalmente i conti col proprio passato,ed ecco i ricordi, si staglia all’orizzonte la figura di un padre,forse poco amato di un amore che non si è avuto, la sensazione è di essersi persi qualcosa strada facendo.

Macchina di morte,atrocità inenarrabili perpeprate dai tuoi simili rieccheggiano tra le pareti di fango calpestato,masticato,ingoiato a forza di angherie.
Nelle freddi notti e nei giorni innevati,nella luce accecante di un’alba che mai più si vorrebbe rivedere ecco arrivare l’angelo steminatore,bestia con sembianze umane che ride di te.

Il viaggio si conclude alle porte dell’inferno,ti fermi e vedi una triste figura che aspetta.
-Anche lei qui?-
-si,ho commesso dei peccati-
-anch’io-
-no figliolo,ti sbagli,tu sei ancora in tempo-
-per cosa?-
-per redimerti-
-davvero?-
-oh si,sulla tua fronte non c’è nessun marchio,vedi io c’è l’ho e non posso farci niente,voglio darti un consiglio,in fondo credo di dovertelo,torna indietro finchè puoi,non indugiare,abbandona i sensi di colpa e ricomincia a vivere,onora tuo padre-
-scusi ,ma che c’entra mio padre?-
-l’ho conoscevo-
-davvero?-
-si,in mondo senza pietà,ho avuto questa fortuna, perdonami, mi piacerebbe continuare la conversazione.senti,mi stanno chiamando,adesso devo propio andare,è stato bello conoscerti,ho tanto freddo,il fuoco mi aspetta-
-strano io non sento niente-

La maturità è un frutto che si coglie acerbo

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Sorrentino-Penn funziona / 5 Marzo 2014 in This Must Be the Place

Le tematiche trattate non sono forse il massimo dell’originalità (il rapporto complesso padre-figlio, il contrasto passato-presente, il nazismo, la vendetta), ma nel loro insieme riescono a funzionare bene. Sorrentino imbastisce una storia interessante, variando anche un po’ i generi (con l’ultima parte molto in stile “road movie”). Oltre ad una bella colonna sonora, la perla più splendente della pellicola è senz’altro Sean Penn. Il suo personaggio, tra il trucco pieno di nostalgia e la parlantina quasi distaccata dal resto del mondo, gli conferisce grande carisma e personalità.

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Dev’essere questo (ed altro) il film. / 30 Gennaio 2014 in This Must Be the Place

Nel caso di This must be the place il pubblico e la critica sono abbastanza divisi, è certamente un film che fa discutere.
Io, ben sapendo quanto esposto su quest’opera, avevo deciso di vederlo e di dare così banalmente, ma anche sensatamente, la mia opinione su questo film.
Ed ora mi trovo qui, che devo giudicare il film e buttare giù un paio di righe per motivare il voto (in realtà il voto già l’ho scelto quando ho aggiunto il film al muro, ma si sa, questi sono dettagli superflui XD).
La verità è che è mia consuetudine analizzare il film per ciò che mi ha trasmesso, indipendentemente da quanto se ne sia discusso.
Sotto questo senso, ho visto (almeno psicologicamente e mentalmente parlando) il lungometraggio nel miglior clima possibile e devo dire che sono rimasto parecchio soddisfatto delle due ore circa che ho passato.
Ho provato una certa compassione per il personaggio di Sean Penn, che mi ha davvero colpito, grazie certamente alla recitazione fantastica dell’attore americano, veramente al massimo della forma. Sean Penn, dopo aver vissuto gli anni 2000′ come probabilmente il miglior attore al mondo, continua ad offrire ottime interpretazioni.
Mi auguro che torni ancora a lavorare con Sorrentino, perché sarebbe certo un bel vedere.
Qui il suo personaggio è un’ex rock star oramai finita che vive in modo annoiato, pensando d’essere depresso, ma in realtà è solo annoiato e vive nel passato: continua a truccarsi ed ad abbigliarsi come quando era in concerto, di tutta quest’atipicità è forse complice il suo passato nell’eroina. Per tutto il film farà fronte ad un’evoluzione psicologica, si troverà a dover risollevare il suo umore ed il pretesto sarà quello di vendicare il padre, che però conosceva in modo molto generico (cit.).
Questo è il pretesto di Sorrentino, però, non di Cheyenne (il protagonista del film interpretato da Sean Penn, nel caso non si fosse capito), ciò implica che Paolo Sorrentino, che è sia regista che sceneggiatore di questa pellicola, ha studiato a tavolino quest’evoluzione del personaggio (ciò è avallato dal finale del film che non svelo e da alcuni avvenimenti che invece si ricollegano a quanto detto in un tempo precedente nel film, per carità funziona, sia chiaro) ed il pretesto di cui vi parlavo è, in effetti, un po’ forzato.
Ecco che cominciano ad emergere i primi veri difetti della pellicola: questo vecchio cliché del personaggio depresso che attraverso un viaggio in New Mexico attraversa anche un processo interiore sa di stantio ed al contempo di banalità, in molti hanno criticato quel pretesto dell’olocausto (altro cliché) che porta Cheyenne ad affrontare il viaggio per vendicare il padre.
Allo stesso tempo, la nota di merito è che tutto ciò è affrontato in modo buono e convincente, considerando la sceneggiatura.
La sceneggiatura, ecco, su questo vorrei dire un paio di parole: in parecchi l’hanno totalmente bollata come scarsa, bocciandola. Io ammetto che si avvalga di molteplici stereotipi e presenti notevoli lacune per quanto concerne certi dialoghi e certi personaggi, ma d’altro canto ritengo che sia invero una sceneggiatura nel complesso buona, ed eccomi qui a confutare ciò che dicono gli altri, si tratta di pareri, è chiaro.
Essa presenta sì, tanti stereotipi (tra l’altro il termine non deve per forza di cose assumere un’accezione negativa), ma anche alcuni aforismi ben piazzati nello script e alcuni dialoghi divertenti ed ironici ed altri memorabili, tutti di Cheyenne, tutti fanno riflettere molto !
Un’altra cosa (a questo punto faccio en plein) su cui non mi trovo d’accordo con certi altri è sul doppiaggio di Penn, nel senso che in molti l’hanno criticato in maniera estremamente negativa, ma io non lo boccio affatto: calza a pennello con il personaggio di Sean Penn, non ci dimentichiamo che ha avuto un passato nella droga ed è molto curioso (intendo il personaggio, non Penn, chiaramente -.-).
Altre righe vorrei scriverle a favore delle musiche sublimi ed attinenti, alla stupenda scena del dialogo tra Cheyenne ed il suo idolo David Byrne, scena molto forte emotivamente.
Ovviamente anche a favore dell’ottima regia di Paolo Sorrentino, si può di certo criticare questo film, certo è nel complesso un po’ tutto opinabile, ma non certo la regia di Sorrentino che è sapiente ed intelligente. Sa come ammaliare il pubblico e la critica, sa anche come colpire nel segno; infatti è un regista assai talentuoso.
Io non ho altro da aggiungere, da parte mia credo di aver espresso il mio modesto parere su ciò che reputo uno strepitoso film ed il messaggio subliminale, alla fin fine è: vedetelo, ve lo consiglio (ecco, ora non è più subliminale).
Riguardo al voto….beh…io credo che non sia caduto nel penoso errore di valutare un’opera, schematizzandola già durante la visione, con una brutalità ripugnante che no, non permette allo spettatore di gustarsela appieno.
Ed anche quei criticoni, che danno un giudizio ancor prima di vederlo il benedetto film, in realtà lasciano il tempo che trovano. Il critico non è altro che un normale spettatore, diventa tale (critico) dal momento in cui, armato di tutta l’esperienza in cinema (che poi debba essere per forza anche pratica o basti solo la teoria…beh…ci sarebbe da discutere), giudica il film. Ma ciò, ripeto, deve accadere solo ed esclusivamente dopo aver visto il film.
Divagazioni a parte, ci tengo a specificare che il mio voto, cioè le stelline (o stellette, come preferite) che conferisco all’opera, per quanto indicativo sia, non è il frutto della media voti di ogni parte del complesso del lungometraggio (regia, sceneggiatura etc.), bensì dell’insieme totale e di quanto mi abbia colpito il film, appunto, nel suo insieme. Solo in rari casi accade diversamente.

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15 Gennaio 2014 in This Must Be the Place

Sorrentino continua l’esplorazione di personaggi isolati in mezzo alla gente sostituendo Dublino e l’America all’Italia e Sean Penn a Servillo. Oltre la storia molto originale, lo studio dei personaggi e gli ottimi attori, il film si distingue per la colonna sonora, curata da Will Oldham. Alla fotografia un Bigazzi che forse rende a volte la mdp un po’ troppo “acrobatica”, ma comunque di impatto.

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13 Febbraio 2013 in This Must Be the Place

Mi è piaciuto. L’ho trovato per certi versi surreale, ed è una cosa che mi aggrada sempre molto, malinconico e ironico allo stesso tempo, ben girato e fotografato, con dei paesaggi stupendi.
Sean Penn doppiato malamente ( ma io proprio non sopporto il suo doppiatore, mai), ma davvero bravo a dipingere una figura complicata senza renderla una macchietta. Anzi, aveva certi momenti di assoluta adorabilità! Comprimari bravi e una colonna sonora bellissima. David Byrne ha fatto la sua gran bella figura nella scena, riuscitissima,dell’esibizione live. Felice di averlo visto.

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13 Gennaio 2013 in This Must Be the Place

Delicata storia di bizzarri personaggi e sottili sentintimenti misto di Wenders e i Coen. Ottima fotografia, Sean Penn insuperabile; unico neo uno script qua e la un po’ debole.

Un viaggio tra America e coscienza / 29 Dicembre 2012 in This Must Be the Place

Cheyenne è una ricca, annoiata e dall’aspetto bizzarro (per non parlare del comportamento e dell’ironia a tratti spiazzante) ex rock star che dopo 30 anni di silenzio decide di recuperare il rapporto con il padre, e vendicarlo andando alla ricerca dell’ufficiale dell SS che ha umiliato il padre nel campo di concentramento di Aushwitz.

Inizia così un viaggio nel cuore dell’America e nell’anima della rock star, un sapiente lavoro di coscienza e di dialogo con sé stesso, scandito dalle personalità che si intrecciano con il suo cammino. Il rapporto padre-figlio viene rimesso in discussione, come il silenzio tra i due durato fin troppo e l’aspetto fisico del protagonista forse prolungato oltre la carriera a causa di un padre volontariamente o involontariamente assente.

Nella prima pellicola in lingua inglese, attesa con trepidazione e scetticismo, Paolo Sorrentino ha fatto centro, non solo avvalendosi di un cast eccellente, in primis Sean Penn e Frances McDormand, ma con sapiente uso dei piani sequenza e di una fotografia che enfatizzano il viaggio interiore, in bilico tra vendetta e redenzione.

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19 Dicembre 2012 in This Must Be the Place

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Questo di andarlo a vedere era stato detto da tutti. A nessuno dei miei amici è piaciuto, le loro obiezioni le ho trovate a volte persino valide (più di quelle insulse, e rifiutate, che mi avevano fatte per The tree of life U_U). Sean Penn-Cheyenne, ex rockstar cinquantenne in disarmo, vive di noia una ricca e stramba vita a Dublino, con moglie e pochi amici. Deve andare in America dal padre morente anzi morto, da dove decide di continuare la caccia del suddetto padre a un nazista che lo aveva umiliato in campo di concentramento. Il film diventa un on the road negli spazi tanto-sconfinati-da-avere-l’orizzonte-curvo dell’America, con il relativo susseguirsi di incontri con personaggi più o meno strani.
Obiezione di Amica P.: ma possibile che per conquistare l’America i registi italiani debbano sempre tirare in mezzo l’Olocausto? (a questo punto aspettiamo Muccino, che faccia un bel film con Willy sull’Olocausto XD). E in effetti è vero, sticazzi, basta. Quindi la trama non muore di originalità, la caccia al gerarca nazi trasferitosi in America, ok. Va comunque registrato il netto spostamento di Sorrentino dai drammi precedenti a questa tragicommedia a suo modo picaresca, con un personaggio assurdo e iperappariscente che al tempo stesso vuole essere come è ma non farsi riconoscere in giro. Il tutto è smaccatamente SeanPenn-centrico (visto ovviamente in inglese perché noi siam ganzi), e quello ha dato un po’ fastidio a me, ma la scelta era deliberata e lui offre l’interpretazione mostruosa riuscendo a non far scadere mai nel grottesco questa specie di Eddie ScissorHands invecchiato. Stranamente la sceneggiatura è piacevole in superficie quanto banale nella sua ossatura, mi vien da dire ora, mumble. Centinaia di battute di lui sono irresistibili e da scrivere sulla Smemoranda, l’avessi mai avuta.
Le regie di Sorrentino invece mi piacciono sempre una cifra e anche due, e sono il valore aggiunto, dato che lo trovo l’unico regista italiano che si sbatta e riesca a pensare a delle soluzioni soprattutto visive e cinematografiche per mettere in scena quello che vuole esprimere. Cheyenne che fuma alla fine, dopo che all’inizio era stato detto qualcosa come “solo i bambini non provano a fumare”, per dimostrare che ora ha compiuto il percorso di formazione ed è cresciuto, scadeva un po’ nel didascalico. O forse mi hanno al solito fregato le aspettative, quando tutti ti dicono di un film che è bello bisognerebbe mettersi a urlare BLABLABLABLABLABLA!
Io comunque non ho mai provato a fumare, e quindi, accidentemente, tutto torna :/

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Ste / 26 Settembre 2012 in This Must Be the Place

Trovo questo film di Sorrentino davvero ricco di poesia. Sarebbe poetico anche con i tappi nelle orecchie!! Colori vivissimi sottolineano una fotografia fantastica. Forse i colori sono quelli dell’anima di Cheyenne (Sean Penn, immenso) che, pur in apparenza noir e decadente, indolente e depresso, in realtà si mostra strada facendo una persona dall’ironia e profondità d’animo fuori dal comune. La moglie jane (una adorabile Frances McDormand) sembra essere la sola a conoscerlo nel profondo. Con lei un rapporto che dà speranza a chi non crede nell’amore perenne. Forse “è tardi” per Cheyenne: è tardi per ritrovare il rapporto col padre e l’amore con esso perduto (Cit. Il vero problema è che passiamo senza neanche farci caso dall’età in cui si dice “un giorno farò così” all’età in cui si dice “è andata così”)….ma c’è tempo invece per comprendere che l’amore del padre, per lui, non è mai morto….e c’è tempo per mettersi in viaggio. Nel suo viaggio proverà a scacciare i fantasmi dei propri sensi di colpa, ad onorare in qualche modo il padre, sé stesso e la propria vita. Incontrerà persone….persone che aiuterà e che lo aiuteranno nel suo percorso di cambiamento. Tutto il film è accompagnato da una colonna sonora strepitosa!! This Must Be the Place e dei Talking Heads, mi raccomando!!!!

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Ebrei vs. Olocausto in salsa rock / 25 Agosto 2012 in This Must Be the Place

Benigni il suo Oscar l’ha avuto, non vedo perchè non dovrebbe vincerlo anche Sorrentino che dallo stesso tema ha tirato fuori un film altrettanto originale e forse un poco meno paraculo.

24 Agosto 2012 in This Must Be the Place

Un ritardato mentale che 20 anni fa era una rockstar. Credibile. Molto.
Una noia mortale.
Al protagonista capitano cose che lui non capisce e che non fa capire a me.
Mi ha ricordato molto Donnie Darko. E non è un complimento.
Pazzesco come la gente voglia trovare nella noia più totale “spunti di riflessione” o “viaggi introspettivi”.

21 Agosto 2012 in This Must Be the Place

Bel film anche se il ritmo segue quello del personaggio principale, Cheyenne, e quindi risulta a tratti un pò lento. Però alcuni scambi di battute, la particolarità del personaggio (ispirato al leader dei Cure) mi hanno fatto apprezzare il film. Bravissimo Sean Penn, cito soprattutto lo sfogo che fa con David Byrne.
Un paio di lacune nella sceneggiatura: non si capisce bene il rapporto tra Cheyenne e Mary (interpretata da Eve Hewson ovvero la figlia di Bono), ci si perde un pò nel percorso di Cheyenne per continuare la ricerca del padre).

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13 Luglio 2012 in This Must Be the Place

No, no, no. Che delusione! Forse l’ho visto con lo spirito sbagliato ma ho odiato Cheyenne dall’inizio alla fine.
Ozzy Osbourne con trucco e parrucco di Robert Smith (immancabile la moglie euforica e mezza schizzata), con parlata tale e quale a Sam Dawson tranne per l’odiosa risatina (era davvero necessaria?).
Per tutta la durata del film mi è sembrato continuamente di leggere una home di facebook: ogni frase detta da qualsiasi personaggio è di un retorico…scontato… Tutto così stereotipato! Spesso ho indovinato le battute prima che venissero fatte.
“La cosa più brutta della morte è continuare a vivere.”
“La violenza è ovunque, ma non si fa sempre vedere.”
“La solitudine è il luogo dei risentimenti.”
Cos’è? Il diario di un quindicenne alternativo che vuole fare il profondo filosofo?
E Cheyenne… mio dio! Un rincoglionito che alla frase: “Che genere di arma desidera?” risponde: “una che fa male”. E battutine così durante tutto il film! Doveva far ridere? Doveva fare tenerezza? Non ce la posso fare. A metà film avevo l’orticaria!
No, sono troppe le cose ridicolmente fastidiose presenti in questo lavoro da poter apprezzare in pieno la fotografia e il messaggio che c’è in fondo. Ed è un vero peccato!
Forse sarò l’unica ma salvando fotografia e padre di Cheyenne, il resto lo butto nel cesso e scarico.

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This must be the cinema / 25 Giugno 2012 in This Must Be the Place

La prima cosa che si nota guardando l’ex rockstar Cheyenne non sono le sue labbra increspate di rossetto o la sua capigliatura tremenda,ma bensì i suoi occhi blu,come il cielo e come il mare. In contrapposizione con la sua anima nera. O almeno così sembra. Sean Penn era stato chiarissimo sulla figura di Cheyenne,dicendo che “Sorrentino fa film veloci su personaggi lenti”. E Cheyenne ha una vinta lenta e silenziosa,un’esistenza sterile,chiusa nella sua tremenda noia,che scambia incessantemente per depressione. This Must Be The Place è un film immenso,un poema eterno e incessante sulla monotonia della vita e la ricerca di sè stessi. Riesce ad essere un’esperienza mistica,che riesce a portarci alle origini dell’animo umano e a diventare un vero e proprio film alla Sorrentino. La prova di Penn è eccellente. Nella scena in cui sbraita contro David Byrne,in un cameo in cui interpreta se stesso,sembra che la pelle gli si possa staccare da un momento all’altro dal corpo e che possa decomporsi davanti agli occhi degli spettatori. La caccia al nazista diventa il fondamento della storia e vero motore della vicenda. Ma come in ogni film di Sorrentino, è il personaggio ad essere più importante della storia,molto più importante. Tutto il film è costruito su genesi,conflitto,fine e sviluppo dei fantasmi di una rockstar che si sente poco amata e medita un’esistenza lenta e impossibile. Cheyenne si fa cacciatore di nazisti. Sorrentino è un regista geniale e controverso anche perchè riserva pizzicotti,qualunque cosa faccia. Anche in questa trasversale interpretazione della vita come viaggio on the road riesce a modificare ulteriormente la sua idea di cinema estremo,portato oltre ogni limite. Chi prende come una provocazione questo film,però dovrà stare alla larga dalla sala. L’ennesima figura stigmatizzata e stigmatizzante creata da Sorrentino non ha i patetismi e i didascalismi tipici del genere. Lui “scrive stronzate per ragazzini depressi” e basta. Non è un innocente,ma non lo si può considerare del tutto colpevole. Inanzitutto è una figura che non si dimentica. Tralasciando tutti i vari insegnamenti sulla Shoah,Sorrentino non prende posizione e con un finale forte,estremo e potente,ridà voce a tutti i milioni di ebrei sterminati nell’Olocausto. Una voce che grazie a Cheyenne ha ripreso a cantare e a risuonare nell’aria. Quello di Sorrentino è un cinema classico che riesce a lasciare un’impronta nel moderno e a non addomesticare una figura audace e voluta come quella del protagonista. Ma di fronte alla prova di Penn,non si può non notare un cast eccellente: da Frances McDormand,attrice eccelsa,che fa una prova equa alle sue capacità;a Eve Hewson,figlia di Bono Vox degli U2,a Judd Hirsch. Sorrentino non ha motivi caustici per il suo film,non vuole incolpare nessuno. O meglio vuole incolpare tutti. Parlando della Shoah riesce a fare luce sulla modernità con i suoi problemi (figli con paure e mamme spaesate, uomini che scappano da un destino difficile, adolescenti che si comportano come adulti e adulti che sono rimasti bambini e che magari si scoprono adulti,solo dopo aver finito la propria missione,o quello che più ci si avvicina): Meditate che questo è! O vi si sfaccia la casa,la malattia vi impedisca,i vostri nati torcano il viso da voi.

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Naive melody / 23 Febbraio 2012 in This Must Be the Place

8 alla regia di Sorrentino
4 alla sceneggiatura
10 alla musica di David Byrne
7 al personaggio di Cheyenne, un Robert Smith per metà alienato e per metà filosofo, capace di battute fulminanti.
Media 7,25, mediana 7,5.

22 Febbraio 2012 in This Must Be the Place

Mi aspettavo qualcosa di meglio. Inutile dire che da un punto di vista musicale il film è splendido. Ottime canzoni a sottolineare i passaggi chiave e le immagini che Sorrentino crea e che la fotografia esalta.
In stato di grazia Sean Penn che dà vita ad un personaggio estremamente rigido e prigioniero del suo passato, dei rimorsi e di quella depressione che colpisce chi ha avuto tanto senza mai riuscire a “produrre” tanto. Fatta eccezione per il doppiaggio italiano, al limite dell’insopportabile, Cheyenne è fulcro di un film che ha qualche pecca di troppo.
Innanzitutto una sceneggiatura un pò troppo forzata e a tratti lacunosa e, in seconda battuta, la bravura di Sorrentino diventa spesso fin troppo manieristica. D’accordo che molte sequenze sono ben studiate, ma l’esaltazione dello stile prende il sopravvento sui personaggi (soprattutto collaterali, vedi Harry Dean Stanton) e rende fragile l’impianto narrativo.

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viaggio catartico / 28 Dicembre 2011 in This Must Be the Place

molte delle stelline vanno a Seann Penn che ritengo il miglior attore sulla piazza. mi è piaciuto anche il resto pur se qualcosa mi è sfuggito…

Che bel film… / 28 Dicembre 2011 in This Must Be the Place

Avevo letto alcune recensioni su questo film ma ero un po’ scettico ed invece devo dire che è veramente bell, ben fatto e recitato egregiamente da tutti i protagonisti. Bello, intenso e anche sentimentale. Una volta finito ti viene la voglia di rivederlo. Non sono molti i film che fanno questo effetto. Forse dipende anche molto dallo stato d’animo in cui uno si trova ma consiglio a tutti di vederlo.
Veramente bello…

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23 Novembre 2011 in This Must Be the Place

6 politico perchè gira da dio. Film confuso sulla necessità di crescere e confrontarsi, capire i padri, non giustificarli. Bello il rapporto Penn Mcdermond, che però poi sparisce e io soffro perchè l’adoro, Film confuso: Sorrentino è immerso nella visione degli anni 70 della grande frontiera, lì dove all’aprirsi delle infinite possibilità faceva da contraltare il lato oscuro, l’ombra degli spazi immensi: negli incontri e nelle peregrinazioni di Penn non c’è traccia di questo dato. Anzi l’ombra è l’umiliazione incastrata nella scheggia del tempo gravida di significato e significanza che è l’olocausto, ok un pretesto come un altro, ma che toglie vigore, non lo aggiunge a questo percorso del personaggio.
Film sulla necessità di smettere di essere figli e di divenire padri, anche putativi. Un puro e l’impossibilità di crescere, quindi di responsabilizzarsi nella vita. Devo comunque rivederlo perchè le inquadrature e certi passaggi sono davvero belli

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7 Novembre 2011 in This Must Be the Place

Mi spiace dover cantare fuori dal coro dei tanti che lo hanno osannato ,ma mi ha lasciato piuttosto insoddisfatto per non dire che non mi è piaciuto per niente .
La bravura indiscussa e consolidata di Sean Penn (ma era proprio necessario affibbiargli quella fastidiosa voce cantilenante alla Forrest Gump? ) e della sempre calibrata Frances McDorman , la splendida fotografia e la buona colonna sonora non sono sufficienti a giustificare tutto il successo che questo film pare stia ottenendo.
In altre parole , utilizzando le parole di una vecchia e bella canzone del “Califfo” , tutto il resto è noia .
L’idea , anche se non nuova , è valida ma il lungo viaggio di Cheyenne alla ricerca di se stesso è troppo lento , così appesantito da personaggi improbabili e da storie collaterali che sostanzialmente lasciano il tempo che trovano , per essere convincente .
Insomma un Sorrentino che si è probabilmente avventurato in un’impresa americana al di fuori della sua portata , ed è un vero peccato.

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Il primo film “americano” / 18 Ottobre 2011 in This Must Be the Place

Leggenda vuole che Penn abbia conosciuto Sorrentino al Festival di Cannes nel quale lui era giurato e il regista italiano in gara con il Divo. In quel momento l’attore americano espesse il desiderio di recitare in un lavoro di Sorrentino.
Sorrentino è stato molto coraggioso alla sua prima avventura americana: non è un film facile, lo si può trovare lento e intellettualoide ed ha riservato a Sean Penn un ruolo al limite della “macchietta” (sia chiaro mai superato per me). Il film ha un’elaborata costruzione formale, ci sono molti elementi che vengono presentati nella prima parte del film funzionali alla seconda parte in cui Cheynne va alla ricerca, oltreoceano, dell’aguzzino del padre.
Non è una novità che Sorrentino riesca a portare sul grande schermo personaggi molto caratterizzati, ampiamente esplorati dal punto di vista della propria condizione: perchè si trovano lì, quali elementi hanno contribuito a portarli a quella condizione, che cosa sta maturando nei personaggi. Con Cheyenne si verifica esattamente lo stesso meccanismo e riesce molto bene, tanto che vorremmo seguirlo anche dopo la fine del film. Cheyenne tra l’altro è una fucina di citazioni taglienti 🙂
Val la pena di vedere il film al cinema: Sorrentino sorprende ancora una volta con movimenti di macchina rivelatori, lunghi piano sequenza e inquadrature mai banali e questa volta anche con notevoli paesaggi americani.

Non ho gradito il doppiaggo di Sean Penn, spero di avere l’occasione di poter vedere il film in lingua orignale.

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