Recensione su Third Star

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Il dramma della spontaneità / 3 ottobre 2014 in Third Star

Forse la valutazione è un po’ esagerata, ma volendo rispettare quello che ho pensato appena è finito il film, è giusto assegnare tutte e 10 le stelline.

Leggendo la trama può capitare che il tema principale della storia, le ultime esperienze di un malato terminale, distolgano dall’intento di guardare questo film, essendo il tema ampiamente trattato in chiavi diverse in decine di film.
Finalmente mi sono decisa a guardare questo film, e con tutto quello che mi ha implicitamente insegnato, vorrei averlo visto anni fa.

Principalmente credo che il valore della trama stia nella umanità, ordinarietà e spontaneità dei personaggi. E’ un inno all’amicizia. Il tema è senz’altro un tema difficile, che si cerca spesso di aggirare, mentre qui ti è lanciato addosso con schiettezza, senza giri di parole, con perennemente sotto gli occhi la paura, il dolore, la confusione.
Per tutta la durata del film si è “sottoposti” a sperimentare insieme la leggerezza e la drammaticità della vita non solo del protagonista, ma di tutti i personaggi, in diverso modo.

Quello che ho trovato straordinario è la concretezza dei dialoghi, l’animo realistico dei personaggi, che per questo si sentono vicini, quando coi loro litigi rovinano il paesaggio idilliaco che li circonda e l’equilibrio della loro amicizia. Ed è proprio con queste premesse che il viaggio finisce per diventare un profondo sguardo, finalmente consapevole, di ogni singolo protagonista nella tragica e personale verità della propria esistenza.

La trama è abbastanza semplice, ma è intensificata da un intreccio di parole non dette e sguardi rivelatori, che ricordano a noi spettatori qualcosa che conosciamo molto bene e che sperimentiamo quotidianamente, ma che non ci è fatto mai notare. Sembra che non ci sia poesia in questa storia così cruda, se non grazie ai fili d’erba e al rumore delle onde, eppure quello che si percepisce è poesia, perché sono poesia la spontaneità, l’istintività la fragilità e la sostanziale imperfezione dell’animo umano.
E quando ti senti vicino ai personaggi, fino a quasi poter dire di conoscerli, la storia si vive più intensamente, più drammaticamente, come è più drammatica di un film la vita reale.
Allo stesso modo, grazie allo stesso fattore, cioè a questa fondamentale semplicità nella confusione dei vari personaggi, si percepisce un senso di leggerezza pur nelle vicende angosciose della trama.
A volte nei dialoghi vengono pronunciate parole pesanti, che forse minano alla solidità delle barriere che tutti ci costruiamo per riuscire a vivere più serenamente; ma è tutto gestito con così reale lucidità, così autentica genuinità, sotto a uno scurissimo cielo stellato, che si finisce per ammettere con quieta gioia che purtroppo o per fortuna le cose stanno così; la poesia della vita si riconosce solo quando siamo pronti ad accoglierla, accettando la sua imperfezione, sapendo che solo l’imperfezione può risvegliare in noi sentimenti davvero vividi e scintillanti.

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