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Recensione su Essi vivono

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19 febbraio 2017

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Un disoccupato (Roddy Piper, un wrestler professionista) da poco arrivato a Los Angeles, trova per caso un paio di strani occhiali. Una volta indossati scopre che dai cartelloni pubblicitari, dalle copertine delle riviste alle trasmissione televisive, tutto contiene messaggi subliminali, invisibili a occhio nudo, che inneggiano a obbedire, lavorare e conformarsi. Ma non è tutto: tutti i poliziotti, gli uomini di potere e i benestanti in genere, appaiono attraverso gli occhiali come grotteschi zombie. Questi sono in realità alieni che hanno occupato i posti cardine della società, tenendo il popolo soggiogato e dominando segretamente il mondo.
Ma esiste una resistenza, coloro che hanno forgiato gli occhiali.
Dopo una serie di flop commerciali, John Carpenter torna a una piccola produzione, dove gode del controllo totale sul film e lo sfrutta riversandoci dentro alcune delle sue idee sulla società contemporanea, denunciando l’assopimento delle coscienze della maggior parte delle persone, condannati ad assorbire tutto quello che viene rigurgitato dai media. Gli alieni non sono altro che la metafora delle multinazionali che nella realtà dominano il pianeta, imbrigliando l’uomo comune nel desiderio del consumo per il consumo.
Il messaggio morale dell’opera è semplice, se non si comincia a guardare il mondo com’è realmente, inforcando i metaforici occhiali, e se non si comincerà a pensare con la testa propria, si resterà in balia dei manipolatori che condizionano la nostra vita.
Nel mirino del regista più “politico” di Hollywood, quindi, gli arrampicatori sociali, gli yuppies, il mondo della pubblicità, dei mass media e lo stesso mondo del cinema, votato a logiche di mercato e colpevole spesso di non permettergli di esprimersi nelle sue opere come vorrebbe.
Lo stesso Carpenter ha definito il suo film “un quadro lucido dell’America dopo otto anni di presidenza reaganiana”, periodo che portò al progressivo assottigliamento della classe media americana, con un aumento della fascia povera della popolazione e del divario con quelle più ricche.
Rimane impressa nella memoria anche una lunga scena di lotta, otto minuti in totale, tra il protagonista e un suo amico che non vuole indossare gli occhiali, ritrosia che appare come una metafora dell’uomo comune che non vuole veramente vedere la realtà, ma solo un edulcorato surrogato. La sequenza è una citazione/omaggio al film Un uomo tranquillo (The Quiet Man, 1952) di un altro dei venerati maestri del regista: John Ford.
Divertita citazione autoreferenziale per Carpenter nel montaggio finale prima dei titoli di coda, dove, in televisione, due critici cinematografici dicono che con “tutto quel sesso e quella violenza che si vedono sullo schermo si sono spinti troppo oltre per me. Ne ho abbastanza. Registi come George Romero o John Carpenter… ecco, si può dire che sono semplicemente…”. Peccato che nel doppiaggio italiano il nome Carpenter, chissà perché, fu sostituito con Cochrane.
Per forza di cose gli effetti speciali non sono eccezionali e il trucco degli alieni appare approssimativo, ma il film rimane comunque uno delle sue opere più geniali. Un piccolo gioiellino low budget, che tanto deve alla fantascienza degli anni cinquanta, intriso di piccante ironia
Carpenter ha tratto la storia dal racconto Eight O’Clock in the Morning (1963), ampliandolo e discostandosene leggermente. Nel racconto, infatti, il protagonista cominciava a vedere gli alieni dopo essere stato ipnotizzato da un prestigiatore e non grazie all’uso di speciali occhiali, ma l’assunto rimane tale.
L’autore Ray Nelson è divenuto più famoso per aver inventato il celeberrimo cappellino con elica, che fece impazzire i bambini americani degli anni sessanta e settanta, che per la sua carriera di scrittore e vignettista.

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