Le luci del film, le ombre della storia / 12 Dicembre 2013 in La storia del generale Custer

In un tempo in cui l’America aveva bisogno di eroi, Walsh ha ridato lustro alla storia del generale Custer con una agiografia certamente lucida e avventurosa, sebbene iper-retorica e eccessivamente imperniata sul protagonista.
Nel cinema cristallino e narrativo di Walsh accade di trovare pure il terreno scivoloso della retorica nazionale, e bisogna farsene una ragione. La telecamera indugia un po’ troppo su Errol Flynn, superstar che non ammette vassalli attorno, qui nei panni di un eroe guascone bonario con quel filo di goffaggine amorosa che tanto inteneriva le casalinghe del Connecticut ed una inesauribile gamma di risorse strategiche (che tanto animava impiegati e operai dal Maine alla California); quasi un prediletto dagli dei il cui destino sorride gagliardo fino alla tragica gloriosissima fine. Forse la storia smentisce quell’aura leggendaria, ed oggi sappiamo che il sangue di tanti, troppi pellerossa grida da quelle terre…
A San Giorgio Custer si accompagna la sensuale e pienotta De Havilland dagli occhi tondi e umidi, oltre a un gruppuscolo di attori fin troppo secondari e al celeberrimo 7° Reggimento di Cavalleria che qui singolarmente pare un unico grosso animale stupido ma coraggioso, capace di ubriacarsi e “svaccare” tanto quanto gettarsi nella mischia Sioux (da cui il pomposo titolo originale They died with their boots on).
Nonostante tutto, un grande film. La tecnica cinematografica di Walsh non si discute, le scene di battaglia sono strepitose.

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