2013
5 Recensioni su

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet

/ 20136.675 voti
Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet

Non straordinario ma molto buono dai / 22 Marzo 2017 in Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet

Jean-Pierre Jeunet dirige questo film ispirato alle storie di Reif Larsen. Protagonista è appunto TS Spivet (il giovane Kyle Catlett), che vive nel disperso Montana con i suoi. E’ un vero e proprio genio, ed ha ideato la macchina del moto perpetuo, e viene chiamato dallo Smithsonian per presentare la sua clamorosa scoperta. Nella sua famiglia, reduce dal dramma della perdita del fratello di TS, Layton (tutto uguale al padre fissato con il mondo dei cowboy, mentre la madre -Helena Bonham Carter, sicuramente il volto più noto del cast- è più “scientifica”, essendo impegnata con lo studio degli insetti). Ci sono anche la sorella maggiore, che rappresenta diversi stereotipici classici delle teenager e un cane. Fatto sta che il bambino, dopo la clamorosa notizia, decide di partire da solo e all’insaputa di tutti, attraversando praticamente tutta l’America. Sarà il classico viaggio che farà maturare e cambiare, non solo il bambino, ma anche gli altri personaggi, genitori in primis. Interessante la parte allo Smithsonian, sicuramente anche la più toccante. Un film non esente da difetti comunque, a tratti un po’ scialbo e scontato, però comunque diretto bene e recitato in modo convincente.

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Ecco cosa succede quando un adulto vuole rappresentare il mondo sotto gli occhi di un bambino / 18 Giugno 2015 in Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet

TS Spivet sarebbe potuto essere un buon film.
Il viaggio, la crescita, il mondo visto da un punto di vista normalmente ignorato dall’adulto, un padre e una madre agli antipodi che, non si sa come, continuano ad amarsi. Una scoperta scientifica degna di un Nobel! Ma poi…
Recitazione fiacca da parte del protagonista (e un po’ di tutti, ad eccezione del papà che mi ha fatto sorridere), emozioni poco credibili e forzate, stereotipi a gogo, clima fiabesco in cui non ci si riesce ad immergere, utilizzo della scoperta scientifica che poi, alla fin fine, di scientifico ha davvero poco.
Ma io dico: volete inserirci questo tema?, bene!, avete due possibilità: evitare di approfondirlo o parlarne davvero per bene. Non potete inventare un macchinario che funzioni con un principio scientifico portato agli estremi della semplificazione che a sua volta funzioni con estrema efficacia in modo estremamente semplice.
Le apparizioni del fratello morto, poi, sono una forzatura. E’ bello pensare che i bambini abbiano la fantasia che un adulto non potrà mai avere, ma non vedono quello che non c’è. E non vedono neanche fiumi di cioccolata scendere dalla montagne.
I bambini sono bambini, stop. Perché gli adulti devono sforzarsi di credere che siano tanto diversi da loro? Perché devono sforzarsi di vedere con i loro occhi?
Il problema è che non si è più in grado di tornare indietro e capire come si ragionava in passato. Chi ha sedici anni chiama pischello chi ne ha quindici e non pensa che l’anno successivo chiamerà pischello chi avrà l’età che ha ora.
Ho odiato questo film dalla prima scena.
E’ tutto finto.
E poi Helena Bonham Carter si è trasformata in una grassa entomologa.

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Un omaggio alla giovinezza, non solo scapestrata, ma geniale, non mediocre, che non si arrende alla sopravvivenza. / 6 Giugno 2015 in Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet

Jean-Pierre Jeunet , come altri cineasti del calibro di Wes Anderson, Michel Gondry, o Tim Burton ( anche se discontinuo ), lasciano orme del loro excursus personale in ogni film che girano, tracce più o meno distinguibili del loro operato. Il regista francese, difatti, è un ritrattista il cui stile può essere annoverato fra le migliaia di correnti immaginarie, o fantastiche, che delineano il suo linguaggio, seppure in questo caso disseminato in una trasposizione cinematografica di un romanzo. Con questa premessa si può facilmente intuire che se tale scelta professionale non incontra il gusto di uno spettatore, il vedersela rinnovare in ogni pellicola, non può che minarne il giudizio, proprio perché fortemente influenzato da questo aspetto.
Scritto questo, Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet è il classico itinerario volto alla scoperta del proprio io, e di conseguenza di chi rientra nella tua sfera affettiva. Questa sorta di romantica fanciullezza che permea nella pellicola per non poi non scrollarvisi più, è un ottimo espediente per far risaltare quelle emozioni che non hanno alcun bisogno di una certa maturità, data più altro dall’esperienza, per dipanarsi e divenire sentimenti.
La pellicola è attenta nel narrare la solitudine, sia essa incarnata dalle lande desolate di un’America desueta, che dai suoi abitanti, sempre intenti a ricercare nel sogno una valvola di sfogo. Ma è soprattutto un omaggio alla giovinezza, non solo scapestrata, ma geniale, non mediocre, che non si arrende alla sopravvivenza, e che ha la forza e il coraggio di rinunciare alla sicurezza per un assaggio di libertà.

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5 Giugno 2015 in Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet

Un film semplice, dolce e a tratti commovente.
Alla fine la cosa più importante è la famiglia 🙂

Molto carino.

2 Giugno 2015 in Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet

Con “Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet”, Jean-Pierre Jeunet conferma nuovamente il suo registro autoriale: che sia alle prese col dramma storico o la commedia satirica, il suo occhio da regista, forte della sua sensibilità felicemente infantile, punta sempre con onestà intellettuale verso la fiaba. Il soggetto del film, tratto dal romanzo “Le mappe dei miei sogni” di Reif Larsen, porta alla luce una stima ed empatia tra i due autori che già da tempi non troppo remoti (quelli de “Il favoloso mondo di Amélie”) si erano sviluppate “à la distance”. Il libro, in verità, ha subito delle clamorose amputazioni, sia nelle descrizioni dei personaggi e nella loro rilevanza, sia nella struttura della narrazione. In soccorso a tutto ciò, con nota di merito, concorrono Kyle Catlett, reduce dalla serie americana “The following” e al suo esordio cinematografico, Helena Bonham Carter (corteggiata da Jeunet dai tempi di “Fight Club”) nella sua riuscita ma stantia caricatura naive e il fedele Dominique Pinon, il quale tira fuori sempre dei personaggi a tutto tondo ed essenzialmente unici.

A rievocare le peripezie di T.S., altrimenti inenarrabili data l’ingente mole di pagine, sono soprattutto lo spirito d’avventura e la voglia di porre l’accento sui paesaggi percorsi, toccati, vissuti, assaggiati. Interessante è la comunanza con il personaggio ormai cult di Amélie in quel senso universale di inadeguatezza reso feticcio, di ricerca del meno tangibile come balsamo dell’anima: aspetti giostrati in una dimensione accostata al cartoon, colorata e barocca come Jeunet ci ha abituati da tempo. Le fantasie di questo bambino, in attesa perenne di amore e attenzioni, vengono tramutate in immagini artefatte, dai colori saturati al massimo, quasi zuccherini, un po’ come viene lasciato intendere il dolore sordo del protagonista, che non va in effetti a bucare lo schermo e non si rapporta con chi lo guarda; complici l’affresco da cartolina che riproduce i vasti spazi aperti americani e le malinconie di T.S., che non incrementano lo sviluppo del suo potenziale emotivo, né tantomeno quello di chi lo circonda. Ingenuo e gonfio di buoni sentimenti, il film di Jeunet non rivela presunzioni particolari ma si afferma con modesta consapevolezza, a patto che rimanga circoscritto ad un pubblico di bambini, per i quali si propone rassicurante e accogliente, e quindi adeguato.

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