Recensione su Yakuza

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8eMezzo / 17 Maggio 2014 in Yakuza

The Yakuza.
Il Bushido secondo Sydney Pollack.

L’Occidente e l’Oriente si ritrovano nel millenario scontro/incontro di culture e tradizioni. Il film diretto da Sydney Pollack, è pieno. Un’opera totale nella quale spiccano i temi dell’amicizia e della vendetta inseriti all’interno di un Giappone ritualistico ed allo stesso tempo moderno.

Il film vede come protagonista Robert Mitchum nei panni di Kilmer. Harry Kilmer è un veterano della II guerra mondiale che, nella Tokyo occupata militarmente dalle truppe americane, aiuta una donna del luogo a mantenere sua figlia ammalata e se ne innamora. Sfortunatamente l’amore finisce subito dopo che Ken, il fratello di lei, torna da un’isola dove era stato dato per disperso quando prestava servizio come soldato imperiale giapponese. Ken il soldato fantasma, Ken come Hiroo Onoda. Scisso in due, da un lato ripudia il gesto della sorella di aver condiviso “tutto” con il nemico ma dall’altro è in debito con lo yankee (avendo lo stesso aiutato la bambina di lei), decide di allontanarsi e di entrare a far parte della YAKUZA.

Nella fase iniziale del film troviamo un Kilmer che, a distanza di anni, torna in Giappone poiché un suo vecchio amico, tal Goerge Tanner, lo invia a recuperare la figlia e il suo ragazzo prese in ostaggio da un capo clan per garantirsi il continuo degli affari.
La trama però, minuto dopo minuto, si infittisce grazie ad un susseguirsi di colpi di scena. La regia pur essendo occidentale, ed in primis americana, cerca di avvicinarsi il più possibile a come percepisce la Yakuza un giapponese. Moltissime sono le scene dedicate alle spiegazioni (il motivo per cui i membri tagliano il mignolo dopo il fallimento), alla ritualità, al gioco d’azzardo e al traffico di armi come linfa vitale dei clan. Eppure non manca la visione “esotica”. Prendete ad esempio Ken, viene dipinto come un cavaliere nel suo pieno virtuosismo, un uomo d’onore dagli occhi a mandorla. E’ vero, Ken non è solo uno yakuza, è una figura chiave fin troppo umana ma è innegabile come nel cinema americano ci sia una visione un po’ distorta della criminalità: da Cosa Nostra alle Triadi c’è sempre un senso di spettacolarizzazione ereditato dai gangster movie anni ’20 e ’30.

Questa piccola critica rimane all’angoletto perché lo spettatore resta ammaliato dall’esotismo e dalla modernità che pregna l’opera, estasiato ancor più dall’azione e dal virtuosismo registico: inquadrature dall’alto, al dettaglio, il focalizzarsi sui muscoli tesi o sui primi piani dei volti sudati, campi totali racchiudono uno scontro. Ed ancora sparatorie, assedi, allenamenti, Bushido, combattimenti con la katana rendono il film un grande capolavoro. La pellicola infatti ha preso appieno il senso dell’onore e delle dure scelte che incorrono nella vita dei nostri. L’opera dietro alla scorza della durezza e del virilismo mostra un’alta sensibilità. Principalmente è una storia d’amore, i personaggi anche a distanza di anni continueranno ad essere innamorati. Alla storia d’amore si lega quella del tradimento. L’onore leso è una conseguenza diretta e il gangster movie fa solo da contorno, un contorno forte e d’intrattenimento senza dubbio.

Ed oggi ? Cosa è rimasto della Yakuza ?
La Yakuza oggi si sta mutando in qualcosa che apparentemente non sa di mafia. Per la prima volta, il numero di appartenenti al crimine organizzato in Giappone è sceso al di sotto dei 60.000 (erano 102mila nel 2011), così, per migliorare il suo profilo pubblico, il più importante gruppo yakuza del Paese, la Yamaguchi Gumi, con sede a Kobe ha lanciato un sito web, dall’improbabile nome di «Lega per la messa al bando delle droghe e per la purificazione della Nazione».In Giappone, contrariamente a quanto avviene in altre nazioni colpite dal crimine organizzato, la yakuza non è illegale di per sé: lo sono le sue attività criminose, ma malgrado negli ultimi anni la legge vada indurendosi, far parte di un’organizzazione di questo tipo non è proibito.

DonMax

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