Recensione su Il prodigio

/ 20226.219 voti

Irrisolto (e mannaggia allo spoiler di Netflix!) / 22 Novembre 2022 in Il prodigio

ATTENZIONE su indicazione dell'autore, la recensione potrebbe contenere anticipazioni della trama

Con il film Netflix Il Prodigio, il regista cileno Sebastián Lelio, premio Oscar 2018 per il miglior film straniero con Una donna fantastica, arricchisce il suo già ricco album di protagoniste femminili con un quintetto di figure muliebri modellate con una sicumera dai pochi chiaroscuri: la volitiva e un po’ anacronistica infermiera Elizabeth Wright (una convincente Florence Pugh); la mistica e martire Anna O’Donnell (l’esordiente e sufficientemente convincente Kíla Lord Cassidy); la madre devota Rosaleen (Elaine Cassidy, la “muta” di The Others di Amenabar, realmente madre dell’attrice che interpreta Anna); Suor Michael (Josie Walker) e l’enigmatica Kitty (Niamh Algar).
Ciascuna di esse rappresenta una faccia del caleidoscopio femminile che compone la storia che Kitty, in vece di Lelio (e della co-sceneggiatrice Emma Donoghue, anche autrice del romanzo da cui è tratto il film), chiede al pubblico di ascoltare e credere, nel (a mio parere) superfluo incipit metacinematografico.

La Wright è una giovane donna segnata in molti modi dalla vita che sembra non avere dubbi anche quando ne ha.
Anna è una martire e non c’è molto altro da dire su di lei, poiché il suo personaggio è drammaturgicamente esile come un’ostia, guarda caso.
Rosaleen è un’aguzzina fideista afflitta da Sindrome di Munchausen per procura (una soluzione narrativa che, pur affascinante in modo perturbante, mi sembra di intercettare un po’ troppo spesso, al cinema e in tv).
Suor Michael ha poca rilevanza sullo schermo, ma il suo silenzio è fondamentale per tratteggiare la rete di connivenze utili alla creazione di un mito religioso.
Kitty è un mistero.

Ecco, a proposito, divago leggermente dai miei sproloqui, per sproloquiare ancora di più: il personaggio di Kitty è quello che mi ha ispirato più curiosità.
Chi è? Nel film, non viene mai chiarito, non ha un titolo famigliare. Non somiglia agli altri membri della famiglia O’Donnell, per “colori” e fisionomia. Non compare nella foto di famiglia. Nei titoli di coda, però, ha un cognome: O’Donnell, appunto. Potrebbe essere una figlia maggiore, una sorella del capofamiglia, una cugina venuta ad aiutare dopo l’inizio del presunto miracolo… ma non si sa, non viene detto.
Inizialmente, pensavo che fosse la moglie del fratello di Anna, ma, a quanto pare, era troppo giovane, quando è scomparso, per avere una consorte.
Infine, nel corso del film, Kitty parla solo con la Wright e, benché pronunci battute in presenza di altri personaggi (solo gli O’Donnell), sembra (dico, sembra) non interagire con loro.
Per caso, Kitty è un fantasma? Kitty è la personificazione di un’altra entità (un gatto, visto il nome) che vive in casa O’Donnell? Il giornalista William Byrne (Tom Burke) giocava con la gatta degli O’Donnell, da ragazzino? E la Wright può parlarle, perché ha dimestichezza con un altromondo a cui accede con quello che credo che sia laudano?
Visto il ruolo di voce narrante e occhio che sfonda la quarta parete rivestito dal personaggio nel corso del film, sono stata portata a credere che Kitty tutto sapesse e tutto vedesse: dopotutto, un gatto di casa è così.

Torno brevemente nel solco delle considerazioni sul film, anche se, in realtà, non c’è molto altro da dire, perché, purtroppo, non ho compreso bene cosa Lelio volesse mettere in scena, se non una storia torbida e livida, dotata di una specifica allure vittoriana, basata sul concetto di salvezza e che, infine, trascende praticamente e un po’ banalmente nel feuilleton.
La storia è intrigante e affascina per epoca storica e ricostruzione d’ambiente e anche per l’atmosfera imbevuta di religione, ignoranza e superstizione.
Nel complesso, però, il film risulta dilatato nei tempi, un po’ reiterato e poco convincente, soprattutto nella definizione del nucleo O’Donnell. Il padre, in particolare, è fantasmatico: sa, non sa, fa finta di non sapere, cosa pensa? Nulla si evince. A dirla tutta, sono tutti i personaggi maschili a sembrare irrisolti.
E a che pro ribadire, nella parte iniziale del film, che gli O’Donnell parlano un’altra lingua, oltre all’inglese, se questo dettaglio non è funzionale al mistero che avvolge la mistica?
Peccato.

Bella la fotografia dell’australiana Ari Wegner, che avevo già apprezzato in Lady Macbeth (2016, sempre ambientato nel Regno Unito rurale del XIX secolo e sempre con la Pugh vestita di celeste, peraltro!) e Il potere del cane (2021). L’impronta cromatica del film spazia in tutto il repertorio preraffaellita, con richiami a opere di Rossetti, Hunt, Millais e Madox Brown.
Interessante anche la colonna sonora di Matthew Herbert, che collabora con Lelio dai tempi di Disobedience (2017).
Degni di nota pure i costumi firmati da Odile Dicks-Mireaux e le scenografie di Grant Montgomery e Margot Cullen.

Concludo con una grande nota di demerito per Netflix, che è riuscito a spoilerarmi il nodo narrativo del film, nel momento esatto in cui ho premuto “play”.
Nelle indicazioni relative alla definizione del pubblico per cui il contenuto viene ritenuto adatto e che appare sullo schermo in quel frangente e nelle eventuali pause, compare la dicitura che recita (vado a memoria): “riferimenti ad abusi su minori, riferimenti a violenze sessuali”. Non è difficile fare subito 2+2 e intuire la causa del martirio della protagonista, nell’istante esatto in cui se ne ha notizia.
Applausone.

2 commenti

  1. Insomnium / 23 Novembre 2022

    Bellissima recensione, visto ieri. Personalmente la sufficienza non gliel’ho data.
    Tra l’altro in ambito spoiler, nella locandina c’è la casa che bruciava, oltre quello che dici…cioè, più superficiali e disattenti di così, non si può

    • Stefania / 23 Novembre 2022

      @inflames: ehi, grazie! 🙂 Mi sono sentita di assegnare la sufficienza, un po’ per l’interpretazione della Pugh, che non mi è dispiaciuta benché il suo personaggio abbia caratteristiche che, per me, sono difetti, e per l’apparato tecnico (scenografia, fotografia, costumi…).
      Uh, non l’ho mica vista la locandina con la casa in fiamme! Ma… 🙁
      P.s.: come te la sei spiegata Kitty? (sempre che, anche per te, rappresenti un mistero, ovviamente!)

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