Recensione su The Wolfpack

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Metacinema documentaristico / 12 Aprile 2016 in The Wolfpack

Quanto e come, nel caso di un documentario, la valutazione della materia narrativa può essere scissa dalla “qualità” della rappresentazione, in sede di valutazione?
Il fatto è che, pur essendo stata affascinata dall’argomento trattato nel lavoro di Crystal Moselle, non sono rimasta impressionata dalla sua rappresentazione: posto che il suo lavoro sia stato molto lungo e decisamente difficoltoso (oltre ad aver penetrato la pressoché insormontabile barriera fisica e psicologica degli Angulo, ha lavorato con loro per oltre 5 anni, prima di montare definitivamente tutto il materiale), non credo che, adesso, mi troverei qui, a ragionarci sopra, se non fossi stata colpita esclusivamente da quanto raccontato nel film.

Senza addentrarmi in considerazioni di tipo psicologico e/o psicanalitico, al documentario della Moselle attribuisco un solo, seppur grosso, merito principale: aver mostrato quale sia il potere di un mezzo di comunicazione e di rappresentazione come il cinema. Paradossalmente, il cinema è l’unico strumento attraverso cui i Fratelli Angulo conoscono la realtà: è il mezzo grazie al quale pongono se stessi in relazione con il mondo esterno. Benché non siano avvezzi alla realtà fuori dalla loro casa e dal proprio nucleo famigliare, gli Angulo riconoscono che il cinema è finzione e lo usano come un filtro per superare la barriera fisica e mentale che li separa dal resto della società.
Il lavoro della Moselle, in cui cinema e rappresentazione del cinema si cementano grazie ad un pretesto di natura sociologica, è un esempio di metacinema documentaristico “fortunato”, esemplare perché basato su una storia forte, sulle indiscutibili specificità dei suoi protagonisti che, qui, sono simultaneamente narratori, oggetto della narrazione e “riproduttori” di narrazioni altrui.

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