Recensione su The Wolf of Wall Street

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La trilogia del dollaro. / 27 Gennaio 2014 in The Wolf of Wall Street

Scorsese affronta un’altra decade della storia a stelle e strisce (gli ultimi anni Ottanta, i primi Novanta), usando l’amata New York come sfondo (stavolta, abbastanza incolore, in realtà) per una messinscena sulla decadenza, sfruttando ancora il tema del potere (sociale ed economico).
The Wolf… potrebbe agevolmente essere parte di una trilogia iniziata con l’inarrivabile Quei bravi ragazzi e proseguita con Casinò.
Cambiano i volti (Liotta, De Niro, Di Caprio), cambia la cornice (mafia italoamericana, Las Vegas, Wall Street), ma la materia è sempre la stessa: il desiderio di maneggiare l’intoccabilità legata alla fama, l’ascesa e la caduta di un individuo dotato, i suoi rapporti con il dollaro (in grande quantità) e le bionde. Scherzi a parte, lo schema è più che ricorrente: è letteralmente ossessivo (penso che Raging Bull potrebbe rientrare nella disamina ad honorem).

In questo senso, considero questo film uno sfavillante esercizio di stile, purtroppo fine a sé stesso: dinamismo visivo, vertigini tecniche ed adrenalina verbale, ingredienti più che mai collaudati durante l’onorabilissima carriera di Scorsese, supportano una messinscena di esplicite volgarità che, finora, perlomeno in forme sì gratuite, erano rimaste pressoché estranee alla sua filmografia.

Ho apprezzato, perciò, il coraggio dimostrato dal buon Martin nell’usare elementi disturbanti a iosa, per “giocare” con la sensibilità della platea: eppure, la ricerca estenuante della “sensazione”, alla lunga, mi ha stancata decisamente. Il mordente iniziale, lo shock, lo stupore si spengono con l’avanzare del racconto e l’abbondanza di lungaggini (che mai, finora, avevo conosciuto di tale portata nel cinema di questo autore) strenua. Penso, per esempio, alla lunghissima sequenza del quaalude ad effetto ritardato, a quella dello scambio di denaro nel parcheggio o a quella, altrettanto dilatata, della partenza da Portofino e del naufragio in un Mediterraneo agitato come l’Atlantico (prologo ad un’indecente caduta di stile di Scorsese: “Venire soccorsi in Italia è bello, perché si finisce a ballare e cantare”, dice, più o meno, Di Caprio).

Tecnicamente, visto anche il grandioso montaggio, c’è ben poco da eccepire: nonostante mi sia divertita, nel complesso, quel che mi ha delusa (oltre alla colonna sonora…), in conclusione, è la reiterazione ad libitum di un solo argomento.
Con buona pace dell’impressionante prova attoriale di un Di Caprio “fisico”, mutevole ed istrionico come in poche altre occasioni (vedi, Django).

6 commenti

  1. michidark / 28 Gennaio 2014

    La colonna sonora ha deluso anche me. Penso che l’accostamento immagini/audio con la canzone dei Fuffa Fighters sia uno dei meno azzeccati di sempre.

    • Stefania / 28 Gennaio 2014

      @michidark: e dire che a me quella canzone piace pure (il video di Gondry! Aw! ), ma lì gira praticamente a vuoto. Soundtrack abbastanza anonima.

      • michidark / 28 Gennaio 2014

        @Stefania non so, i Foo Fighters non mi han mai fatto impazzire, nonostante il mio amore per Grohl come personaggio e, soprattutto, batterista dei Nirvana. Vado un attimo off topic, ma non riesco più a mandare i feed su Facebook, mi sai aiutare?

        • Stefania / 28 Gennaio 2014

          @michidark: feedback: sì, è successo “qualcosa”, ce stamo a lavorà, grazie per la segnalazione 😉 Foo Fighters: non ho mai approfondito la conoscenza, ma, per quel poco che li conosco, mi divertono…

  2. PrimitiveStyle / 4 Febbraio 2014

    Sinceramente troppe lunghe le scene dei loro eccessi fin troppo calcate e volutamente ironiche quasi grottesche senza che la trama abbia un vero sviluppo.

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