Recensione su Il mucchio selvaggio

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Tra continuità e rottura, un western epocale / 31 Gennaio 2016 in Il mucchio selvaggio

Considerato dai cinefili uno dei western più belli di sempre, Il mucchio selvaggio unisce l’esperienza dei classici del genere alla ventata di freschezza della Nuova Hollywood, recependo inoltre le novità introdotte dall’estero, in particolare dallo spaghetti western di Sergio Leone, che tanto successo aveva riscosso nel quinquennio precedente.
Ma andiamo con ordine.
Il mucchio selvaggio è innanzitutto un classico (l’ultimo grande western classico lo definisce Mereghetti) e lo si evince dai temi (fuorilegge, rapine in banca), dalle ambientazioni (Texas e Messico del Nord), nonché dall’utilizzo di un cast di prim’ordine, un bel gruppetto di attori con il pelo sullo stomaco e la pelle seccata dal sole e dalla sabbia dei set del far west. È un western crepuscolare, questo sì, come molti di quelli girati in quegli anni (Butch Cassidy, Il grinta). Anni in cui si avvertiva che fosse probabilmente giunta l’ora di mettere fine all’epopea (e difatti dagli anni Settanta si aprirà il filone post-classico, con l’attenzione che si sposta sulla questione dei nativi: Soldato Blu, Piccolo grande uomo).
È un western classico ma è anche, al contempo, un western della Nuova Hollywood: sia perché Sam Peckinpah fa parte di quei registi di nuova generazione, provenienti dalle serie tv, che rinnovarono il cinema americano a partire dalla fine degli anni Sessanta; sia e sopratutto per la rappresentazione della violenza, che in Peckinpah raggiunge punte di crudezza e insieme di realismo estremo.
Vi è poi, per l’appunto, il recepimento hollywoodiano dell’esperienza dello spaghetti western: sebbene vi sia sempre stato un dualismo Leone-Peckinpah, non si può non ravvisare un’influenza, sotto certi aspetti, sul secondo da parte del primo. Peckinpah è sì considerato il maggior innovatore del western americano classico, ma è anche, per certi versi, colui che ha esasperato uno stile che aveva fatto capolino per la prima volta fuori dagli Stati Uniti.

Di questo film resteranno memorabilmente impresse negli occhi dello spettatore soprattutto la sequenza iniziale e quella finale, due carneficine di un’intensità che fino a quel momento non si era mai vista al cinema.
Così come impresso resterà il carattere di personaggi che sembrano aver dimenticato qualsiasi valore, tranne quello dell’amicizia.
Montaggio serratissimo, con alcune manciate di fotogrammi ai limiti del subliminale.
L’uso del ralenti per donare drammaticità alle scene di azione, così come aveva fatto Arthur Penn nel suo Gangster Story, non a caso il film considerato iniziatore della Nuova Hollywood (e che contiene, nel finale, l’unica scena che può gareggiare per violenza con le sparatorie di Peckinpah, ossia l’agguato degli sceriffi a Bonnie e Clyde).
Palese citazione di The Great Train Robbery, di Edwin Stanton Porter, uno dei primissimi western della storia del cinema (1903), nella scena in cui i banditi salgono sul treno approfittando della sosta per il carico dell’acqua.

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